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Volatilità? Ci pensano la Cina e Ben Bernanke

“La Cina starnutisce e il resto del mondo si prende il raffreddore”. Un tempo questo era un detto riferito agli Stati Uniti. Ma oggi il nuovo protagonista è la Repubblica Popolare Cinese, che riveste un ruolo sempre più importante nell’economia mondiale.

“Negli ultimi anni – spiega nel suo outlook mensile Dennis Nacken, vice president, global capital markets & thematic research, di Allianz Global Investors – il Regno di Mezzo è stato il principale motore della crescita globale, posizionandosi al secondo posto nella classifica mondiale per Pil assoluto. Il prodotto interno lordo cinese equivale ormai a quello francese, spagnolo, italiano e inglese messi insieme. Non sorprende quindi che gli investitori guardino con apprensione alle ultime notizie negative provenienti dal fronte cinese”.
Il Paese ha mostrato i primi segnali di una crisi di liquidità. Il tasso overnight per le banche è salito temporaneamente dal 4% circa a oltre il 13% e alcuni istituti di credito cinesi hanno registrato problemi di liquidità. E ancora, l’indice dei direttori degli acquisti (Hsbc Flash Pmi) è sceso a quota 48,3, ben al di sotto della soglia di espansione pari a 50. Inoltre, il mercato azionario locale (misurato dallo Shanghai Composite) ha ceduto oltre il 15% nell’ultimo mese e oggi si attesta ai minimi da gennaio 2009.
Le incertezze e i timori sulla crescita pesano sui principali indici azionari di tutto il mondo. “Ma c’è anche un altro fattore che aumenta la volatilità, soprattutto in ambito obbligazionario – sottolinea Nacken – E’ l’incertezza sulle future manovre di politica monetaria della Federal Reserve negli Usa”. Il Presidente della Fed, Ben Bernanke (in foto), ha infatti annunciato il probabile ridimensionamento dell’attuale programma di acquisto di titoli obbligazionari da 85 miliardi di dollari al mese (il cosiddetto QE 3) a partire dalla fine del 2013. Anche se una drastica inversione di marcia sul fronte dei tassi di interesse risulta improbabile, dato il contesto di financial repression, nell’ultimo mese i rendimenti decennali di Bund tedeschi e Treasury americani sono saliti ancora, rispettivamente di 30 e 50 punti base.
“Vi sono tuttavia due elementi che lasciano sperare in una lenta stabilizzazione dopo le recenti ondate di vendita sul mercato azionario e su quello del reddito fisso – conclude Nacken – Da un lato, la carenza di liquidità in Cina sembra voluta dalla stessa Banca centrale cinese (Pboc), la cui politica mira a limitare l’eccessivo ricorso al credito. Dall’altro, il possibile ridimensionamento del QE3 è indice di una ripresa dell’economia Usa più robusta di quanto si pensasse. In caso contrario, la Fed è comunque pronta a intervenire. Anche in Europa gli indicatori più recenti segnalano per lo meno una stabilizzazione della congiuntura. L’attuale situazione di ipervenduto e le valutazioni moderate dovrebbero sostenere le azioni e creare opportunità interessanti per gli investitori più coraggiosi, mentre il mercato obbligazionario evidenzia ancora qualche criticità”.