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Economia, riflettori sempre puntati su banche centrali

Quanto accaduto a ottobre è ancora impresso nelle nostre menti e, sebbene il crollo repentino dei mercati a cui abbiamo assistito sia dipeso più dalla chiusura delle posizioni in essere che non da un cambiamento dei fondamentali macroeconomici, gli investitori sono preoccupati per la crescita dell’Eurozona.

Inoltre, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, per la prima volta da quando ha assunto l’incarico ha deluso i mercati. In più, per aggiungere al danno anche la beffa, abbiamo assistito ad un’altra prima volta: la Federal Reserve ha ufficialmente riconosciuto che la crescita dell’Eurozona è debole e potrebbe impattare sugli Stati Uniti.
Abbiamo però anche visto che le Banche centrali – siano esse la Bce, la Fed, la BoE o la Banca centrale canadese – hanno assunto, e manterranno, un approccio estremamente difensivo. Rispetto al passato, le condizioni economiche sono cambiate e, anche se la Fed sarà la prima a normalizzare la politica monetaria, prevediamo che i tassi di interesse saranno rialzati solo in maniera graduale e rimarranno ben al di sotto dei livelli pre-crisi. Tale normalizzazione, tuttavia, è necessaria per dare un po’ di respiro ai mercati, in caso di una nuova crisi.
Crollo o meno, però, ci troviamo in un contesto caratterizzato da una crescita modesta ma sostenibile, da un’inflazione contenuta e da bassi tassi d’interesse e di default. In tale situazione, quindi, gli investitori dovrebbero privilegiare un credito stabile e di qualità mentre, sui segmenti a rendimento più elevato, dovrebbero assicurarsi di puntare su bond che ai più alti rendimenti affiancano fondamentali solidi. In primo luogo, si possono trovare buoni rendimenti nell’ambito del debito subordinato delle società finanziarie, un settore in cui c’è stato un forte abbassamento del rischio rispetto all’inizio della crisi. Infatti, con i nuovi standard di Basilea 3, i Tier 1 ratio sono aumentati in maniera significativa e continuano a farlo, specialmente nel caso dei “campioni nazionali”.
Anche il segmento dell’high yield nell’ambito dei Credit default swap (CDS) costituisce un’ottima opportunità, nel contesto attuale, offrendo un rendimento del 6% con condizioni di liquidità perfette e senza rischi legati ai tassi d’interesse e una compensazione per un tasso di default pari a circa il 7% annuo per cinque anni (rispetto al 2% atteso). Inoltre, la stretta di politica monetaria della Fed non dovrebbe avere alcun impatto sui rendimenti, a patto che non ci sia un peggioramento significativo delle condizioni macro. Infine, bisognerebbe mantenere una bassa duration sui titoli di Stato, poiché non offre alcun rialzo significativo in termini di rendimento: tuttavia, può essere utilizzata come strumento di copertura: ad esempio potrebbe essere il caso del Bund decennale.
Sebbene non ci aspettiamo che, nel prossimo futuro, l’economia globale cadrà in recessione, restano comunque dei rischi. Tali difficoltà sono legate principalmente a eventuali incidenti di percorso da parte delle Banche centrali, che potrebbero “fare marcia indietro” o comunicare in maniera poco chiara: anche se ciò non porterebbe a un crollo dei mercati, farebbe aumentare la volatilità. Nel caso della Bce, il rischio sarebbe costituito dalla ricerca di “soluzioni veloci” piuttosto che di soluzioni dirette e chiare. Ad ogni modo, se questo dovesse accadere, è bene che gli investitori si ricordino che questa potrebbe essere l’occasione buona per comprare.

Commento a cura di Christel Rendu de Lint, Head of Global and Absolute Return Fixed Income di Union Bancaire Privée