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MiFID II, informative ex-post: la trasparenza è ancora lontana

Appena il 44% dei rendiconti contiene la parola “costi” o “oneri” nell’intestazione. La ricerca Moneyfarm-Politecnico di Milano

La maggior parte degli intermediari finanziari non è riuscita a recepire in toto le indicazioni di Esma e delle associazioni di categoria e molti documenti risultano ancora poco chiari e leggibili. E’ quanto emerge dalla seconda parte della ricerca commissionata da Moneyfarm, società di gestione del risparmio con approccio digitale, alla School of Management del Politecnico di Milano, che dopo quelle ex-ante ha analizzato la qualità delle informative ex-post a consuntivo dell’anno 2018, inviate dai principali intermediari (18 tra i principali) a milioni di investitori retail italiani. Sotto la lente dell’indagine sono finiti quei rendiconti annuali su costi e oneri sugli investimenti sostenuti effettivamente dai clienti che, quest’anno per la prima volta, la direttiva MiFID II ha imposto all’industria con l’obiettivo di definire uno standard virtuoso nella comunicazione per aiutare il risparmiatore a prendere decisioni di investimento consapevoli. Ebbene, come per le informative ex-ante, il quadro che ne emerge è tutt’altro che roseo.

Nessun intermediario si è infatti distinto per tempestività nell’invio dell’informativa ai propri clienti, nonostante la raccomandazione di Esma fosse quella di provvedere “il prima possibile”. Inoltre solo il 28% dei documenti riporta informazioni focalizzate esclusivamente sui costi, come prescritto dalla normativa, e nel 72% dei casi le informazioni sono diluite in rendiconti più lunghi (in media di circa 15 pagine).

Appena il 44% dei rendiconti contiene la parola “costi” o “oneri” nell’intestazione: il 56% di questi non è stato quindi chiamato con il proprio nome. Infine, il 94% degli intermediari utilizza termini di non immediata comprensione (come “inducements” o “incentivi”) per comunicare i “pagamenti ricevuti da terze parti”.

“Anche da questa seconda parte della nostra ricerca emerge che, per quanto riguarda l’Italia, l’industria del risparmio, in questo suo primo test imposto dal Legislatore, non è sempre riuscita a cogliere a pieno le potenzialità derivanti dalla MiFID II a beneficio di tutti – ha commentato Giancarlo Giudici, professore associato della School of Management del Politecnico di Milano e referente scientifico della Ricerca -. Scopo principale della Direttiva è quello di definire uno standard virtuoso nella comunicazione dei costi per aiutare l’investitore a prendere decisioni di investimento consapevoli; i risultati mostrano che alcuni intermediari sono riusciti meglio di altri nell’obiettivo. Sarà interessante osservare se nei prossimi anni il mercato farà tesoro di queste informazioni. Speriamo nel nostro piccolo di avere contribuito a fornire un utile strumento di auto-valutazione per gli operatori e di verifica della trasparenza delle informazioni ricevute per i risparmiatori”.