OPINIONI

Coronavirus, immunità di gregge per i mercati

L’intervento deciso e coordinato di banche centrali e governi di tutto il mondo è arrivato. Ora ai mercati occorrono notizie positive sul fronte sanitario

“Whatever it takes” doveva essere, e “whatever it takes” alla fine è stato. In modo coordinato, banche centrali e Governi di tutto il mondo hanno messo in atto misure ultra-espansive volte a sostenere l’economia mondiale e i mercati.

Negli Stati Uniti, oltre a quanto già annunciato (fino a 50 miliardi di dollari in aiuti agli Stati per affrontare la pandemia, acquisto di petrolio per la Riserva Strategica Petrolifera nazionale, cancellazione degli interessi sui prestiti studenteschi), è stato approvato dal Congresso un ulteriore pacchetto di stimoli fiscali che potranno arrivare fino a 2.000 miliardi di dollari, destinati a sostenere il tessuto sociale ed economico del Paese tramite prestiti alle piccole imprese (300 miliardi di dollari), trasferimenti diretti ai cittadini (500 miliardi di dollari), fondi di stabilizzazione (200 miliardi di dollari) e rinvii delle scadenza per il pagamento delle tasse.

In Europa, la risposta è stata altrettanto tempestiva. I piani di Germania e Francia, in particolare, stanno assumendo dimensioni massicce. Contemporaneamente, si continua a discutere circa l’opportunità di ricorrere a strumenti centrali quali i cosiddetti Coronabond, su cui Paesi come la Germania e l’Olanda sembrano tuttavia molto restii: a spaventare è la mancanza di condizionalità dei fondi raccolti, ossia la possibilità per i Paesi membri dell’UE di usare tali risorse senza vincoli di finalità, anche per scopi diversi e meno urgenti rispetto a quelli strettamente legati all’emergenza sanitaria. Più semplice, dal punto di vista politico e dell’implementazione, che si vada ad attingere al Fondo salva-Stati, imponendo una qualche forma, seppur lieve, di condizionalità alle risorse erogate.

Complessivamente, si tratta di un vero e proprio bazooka fiscale, pari al 2.5% circa del Pil mondiale, con un effetto moltiplicatore sull’economia di 1.5/2 (per un raffronto, quanto fatto nel 2008-2009 ammontava all’1.6% del Pil mondiale).

Le banche centrali non sono state da meno, anzi. Hanno tempestivamente dispiegato tutte le proprie forze per cercare di fornire al sistema economico e finanziario il supporto monetario necessario per fronteggiare la mareggiata. Tra tagli dei tassi fino a portarli ai livelli minimi e massicci programmi di acquisti, stanno ricorrendo a tutte le politiche straordinarie diventate popolari nel decennio passato. Prima di arrivare a forme di vero e proprio “helicopter money” (finanziamento diretto a imprese e privati), è possibile che, almeno negli Stati Uniti, si rispolveri un programma di controllo della curva, già sperimentato nel secondo dopoguerra e in linea con quanto avviene in Giappone, volto a mantenere i tassi forzatamente entro livelli prestabiliti, tramite acquisti di bond senza limiti di importo.

L’effetto immediato di tali stimoli monetari è stato quello di sostenere le aspettative di inflazione e riportare in territorio negativo i tassi reali, saliti in precedenza di 100 punti base fino ad un doloroso +0.5% e oggi prossimi al -0.25%, un livello sicuramente più adeguato all’attuale contesto economico.

Allo stesso tempo, la politica monetaria espansiva, soprattutto qualora si dovesse ricorre al controllo delle curve dei tassi, comporta l’effetto positivo di ridurre drasticamente il costo del debito per i Governi, in un momento in cui la spesa fiscale è inevitabilmente destinata a salire in modo significativo.

Tutte insieme, le manovre delle principali banche centrali, tra cui la più timida per il momento è stata proprio la People Bank of China, vincolata dagli obiettivi di medio termine e dalla forza del dollaro, risultano pari ad un 10% circa del Pil mondiale (furono pari al 6.5% nel 2008-2009).

In generale, si tratta di un mix ben assortito di misure fiscali e monetarie accomodanti con cui si sta tentando di contenere per quanto possibile i danni economici ed immunizzare i mercati finanziari, che al momento sembrano reagire positivamente alla cura.

Tuttavia, trattandosi di una crisi nata non da un problema economico o del sistema finanziario, come successo nel 2007, ma da un’emergenza sanitaria, ciò che i mercati sembrano attendere per invertire con decisione il trend è un flusso di notizie positive nel numero di contagi. Nel frattempo, digeriscono e, anzi, apprezzano le misure di distanziamento sociale, anche drastiche, adottate dai Governi per contenere la diffusione del virus.

Sembrerebbe che gli operatori siano disposti ad accettare un forte impatto economico nel breve termine per ridurre al minimo il costo sociale e umano, nella convinzione che, anche grazie agli stimoli monetari e fiscali messi a terra, l’attività economica possa poi ripartire con slancio una volta superata la crisi sanitaria.

A cura di Marco Piersimoni, senior portfolio manager di Pictet Asset Management