OPINIONI

Cop25, due sviluppi positivi che possiamo aspettarci

Ecco i principali motivi per cui chi investe nei cambiamenti climatici può continuare ad essere ottimista

La Conferenza delle Parti (Cop25 quest’anno ndr) ogni anno riunisce i leader globali per concordare i prossimi passi per realizzare gli impegni presi con l’Accordo di Parigi. L’obiettivo dell’accordo è di limitare a +2°C la crescita delle temperature di lungo termine, rispetto ai livelli pre-industrializzazione. Gli Usa sono responsabili del 15% delle emissioni globali di gas serra, i secondi maggiori contributori a livello mondiale, e dopo aver di recente annunciato di voler recedere dall’accordo, hanno presentato il ritiro formale alle Nazioni Unite a New York prima della 25esima Conferenza delle Parti a Madrid.

Il ritiro degli Stati Uniti fa seguito all’inaspettata decisione di non far ospitare l’evento al Cile a causa dei disordini sociali e delle proteste nella sua capitale. Anche se le circostanze non sono ottimali, riteniamo che l’evento possa portare ad ulteriori progressi sul tema. Sono due in particolare i motivi per cui riteniamo che chi investe nei cambiamenti climatici può continuare ad essere ottimista:

Il carbonio costerà alle aziende per non costare all’ambiente

Durante l’ultima Conferenza delle Parti, la COP24 di Katowice in Polonia, una questione chiave per un’efficace attuazione dell’Accordo di Parigi è rimasta senza risposta. L’articolo 6 dell’accordo riguarda l’uso dei mercati finanziari come meccanismo per combattere i cambiamenti climatici. Nell’implementazione reale le forme utilizzabili sarebbero state molteplici, ma il sistema di scambio delle quote di emissione è sempre più utilizzato in tutto il mondo, dimostrando che questo tipo di strumento può essere implementato con successo.

Anche se gran parte del lavoro è già stato fatto, è necessario che i prezzi connessi alle emissioni di CO2 previsti da questo sistema vengano alzati a livello globale, per incentivare l’abbandono dei combustibili fossili nella misura necessaria. Ci aspettiamo che questo sarà uno dei temi chiave in agenda, soprattutto dopo che l’Unione Europea lo ha inserito tra le sue principali priorità.

Ambizioni sempre maggiori

In secondo luogo, ci aspettiamo aggiornamenti sul lato dei contributi nazionali volontari (NDC). Molti Paesi hanno già annunciato di volersi assumere impegni più ambiziosi rispetto a quanto stabilito dai loro contributi nazionali volontari (come l’obiettivo di Regno Unito e Francia di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050). Grazie a legislazioni e obiettivi più ambiziosi, ci si aspetta che l’evento porterà buone notizie su questo fronte. Secondo quanto stabilito dall’Accordo di Parigi, a partire dal 2020 i Paesi dovranno iniziare a fornire un resoconto periodico sulle loro emissioni, sulla base delle quote stabilite dai loro contributi nazionali volontari. Visto che al momento le ambizioni non sono sufficientemente elevate per raggiungere l’obiettivo dei 2°C di Parigi, ci aspettiamo che i target saliranno, per allinearsi verso tale impegno entro la fine del secolo.

Sebbene riteniamo più probabile assistere a progressi sul lato delle NDC piuttosto che sull’implementazione di un sistema di scambio delle quote di emissioni nel breve termine, in entrambi i casi ci saranno evidenti risvolti positivi per i modelli di business che mirano a ridurre le emissioni di gas serra.

Nonostante il ritiro formale degli Usa dall’Accordo di Parigi, la sensibilità e la consapevolezza sul tema dei cambiamenti climatici stanno crescendo, e come risultato le politiche sul clima in molti Stati Usa stanno diventando più ambiziose.

Con i Paesi che iniziano a riportare periodicamente le loro emissioni, sulla base degli obiettivi stabiliti, e il meccanismo di scambio delle quote di emissione che diventa più diffuso, ci stiamo avvicinando ad un’altra tappa miliare nel processo di transizione verso un’economia decarbonizzata. Ciò sarà di beneficio per le società che offrono prodotti e servizi per la mitigazione o l’adattamento ai cambiamenti climatici.

A cura di Marc Hassler, sustainable investment analyst di Schroders