Mercati

Sfruttare le valute per ottimizzare i rendimenti dei mercati emergenti

Gli investitori nel reddito fisso ignorano i tassi di cambio a loro rischio e pericolo. Questi possono, però, erodere o aumentare i rendimenti di un portafoglio obbligazionario. Per questo motivo, nelle nostre strategie sul debito dei mercati emergenti, li consideriamo come fonte separata di rischio e di rendimento.

Ogni valuta, ovviamente, ha i propri fattori di traino e il mercato dei cambi nel complesso è noto per le sue esplosioni di volatilità. Tuttavia, in un’ottica di medio termine, intravediamo il potenziale per un apprezzamento su larga scala delle valute dei mercati emergenti rispetto al dollaro USA, con un conseguente aumento dei rendimenti totali provenienti dal debito in valuta locale.
Interesse per la crescita
I mercati emergenti sono tradizionalmente associati ad una crescita economica più veloce rispetto agli omologhi sviluppati. Dopotutto, di norma hanno terreno da recuperare in termini di ricchezza. Di recente, il differenziale di crescita si è allargato fino a 270 punti base, da un minimo di 170 punti nel 2015. Il divario è destinato ad aumentare ulteriormente nei prossimi mesi per due ragioni principali. Innanzitutto, i mercati emergenti sono particolarmente ben posizionati per beneficiare di un aumento graduale del ciclo di investimenti che stimoli il commercio mondiale.
Secondo i nostri modelli, un aumento dell’1% nei flussi internazionali aumenta la produzione economica dei mercati emergenti di 0,26 punti percentuali. L’impatto sull’attività del mondo sviluppato è pari a circa la metà. Le esportazioni globali sono cresciute del 4,4% nel 2017. Si tratta del ritmo più sostenuto dal 2011, ma è ancora inferiore rispetto al loro trend pluridecennale, il che lascia potenzialmente spazio per un’ulteriore accelerazione.
Infatti, ci aspettiamo che la crescita delle esportazioni superi la media di lungo termine del 5,1% prima di raggiungere il suo massimo, come si è verificato nei cicli precedenti. Inoltre, i prezzi delle materie prime e dell’energia paiono ben sostenuti, in quanto la crescita economica globale rimane robusta. Ciò dovrebbe stimolare quei mercati emergenti che forniscono le materie prime.
Nei prossimi cinque anni, prevediamo che la crescita dei mercati emergenti si attesti in media al 4,6% annuo, ovvero 300 punti base in più rispetto a quella del mondo sviluppato. Questa potrebbe rivelarsi una buona notizia per le valute emergenti. Storicamente, il differenziale di crescita del PIL reale tra mercati emergenti e mercati sviluppati ha evidenziato una forte correlazione con il tasso di cambio, con un ritardo di sei mesi. Maggiore è lo scarto di crescita, più debole sarà il dollaro rispetto ad un paniere di valute dei mercati emergenti.
Dal punto di vista delle valutazioni
Questa volta, la possibilità di un apprezzamento delle valute è rafforzata da valutazioni molto interessanti. Secondo i nostri modelli, le valute dei mercati emergenti sono attualmente sottovalutate del 15% contro il dollaro USA e sono scambiate a livelli tra i più bassi degli ultimi due decenni. Anche l’inflazione è dalla nostra parte. Il differenziale di inflazione tra Paesi emergenti e sviluppati è al livello minimo della storia recente (a 140 punti base) e offre un ulteriore supporto al tasso di cambio.
Naturalmente, i mercati emergenti sono composti da un universo di Paesi molto variegato, ciascuno con circostanze e motori dell’economia particolari, tassi di cambio e obbligazioni differenti. Quindi ogni potenziale apprezzamento generale delle valute dei mercati emergenti comporterà probabilmente eccezioni specifiche.
E anche per quelle valute che si apprezzeranno, le esplosioni di volatilità a breve termine e le correzioni non possono essere escluse, data la natura della classe di attivi. La diffusa tendenza ad apprezzarsi, tuttavia, dovrebbe rimanere intatta. Per gli investitori nel debito dei mercati emergenti, ciò offre un’opportunità per accrescere ulteriormente i rendimenti attraverso l’assunzione di posizioni attive nelle valute rispetto agli indici di riferimento.                                                                                                                           
                                                                di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management