Mercati

Impennata dei metalli preziosi. Petrolio e gas in discesa

La scorsa settimana, e ad appena qualche giorno dalle elezioni presidenziali americane, le materie prime hanno evidenziato alcuni movimenti importanti.
Taluni, come i metalli preziosi, sospinti dalla crescita americana, altri come il petrolio influenzati dall’inattività dell’Opec, e altri ancora come i metalli industriali dal miglioramento dei dati cinesi.

Il Bloomberg Commodity Index, che rileva le performance delle principali materie prime, ha fatto segnare la peggiore settimana da quattro mesi a questa parte, con il settore dell’energia in calo del 9% e sia il petrolio che il gas naturale tartassati. I metalli industriali, zinco in testa a segnare un picco dopo cinque anni, si sono mossi al rialzo in risposta a una ripresa dell’attività manifatturiera di Cina e Stati Uniti, i maggiori consumatori mondiali. Così come l’indice del mercato azionario ha proseguito la sua risalita sull’onda delle elezioni della prossima settimana, altrettanto hanno fatto i prezzi dei metalli preziosi.

L’oro ha recuperato tutte le perdite subìte all’inizio di ottobre mentre l’argento ha trovato un duplice supporto nel proprio ruolo sia di investimento sia di metallo industriale.Lo scarto tra Hillary Clinton e Donald Trump si è fortemente ridotto durante l’ultima settimana di campagna elettorale, prima delle elezioni presidenziali americane dell’8 novembre. Questo aumento dell’incertezza ha provocato timori in tutti i mercati con un indebolimento del dollaro e delle azioni e un’impennata dell’indice VIX dal voto sulla Brexit dello scorso giugno.

I metalli preziosi, nel frattempo, hanno goduto di una rinnovata domanda, con il costo delle opzioni call rispetto alle put rincarato ai massimi dalla crisi Lehman del 2008. Dopo aver raggiunto un minimo di $1,242/oz in conseguenza delle vendite generalizzate del 4 ottobre, l’oro ha inizialmente impiegato un paio di settimane a rafforzarsi mentre sono proseguite le liquidazioni delle posizioni in acquisto dei fondi, che hanno iniziato a tagliare la loro elevata esposizione, dopo un continuo trend di posizionamento in long.

Ma con un rialzo dei tassi a dicembre pienamente incorporato nei prezzi, l’attenzione ha iniziato a spostarsi sulle imminenti elezioni. Prima di allora, pesanti vendite nel comparto obbligazionario – ora in recupero – non hanno attratto vendite di oro giacché erano state compensate da una crescita pressappoco equivalente delle aspettative di inflazione a termine, lasciando dunque i rendimenti reali importanti vicini allo zero. Riteniamo che per l’oro il peggio sia passato e che svariate fonti di supporto oltre alle elezioni americane, tra cui i timori di crescita dell’inflazione e l’incertezza dei mercati azionari, aiuteranno un suo rinnovato recupero che durerà anche nel 2017.

Il livello fondamentale rimane il picco di luglio, visto che una rottura al rialzo accrescerebbe il potenziale di estensione verso $1485 nei prossimi mesi Dopo aver continuato quest’anno a sostenere il mercato a parole in svariate occasioni, l’Opec ha finalmente promesso di intervenire lo scorso 28 settembre durante la riunione di Algeri. I dettagli di un accordo per tagliare la produzione avrebbero dovuto essere annunciati al meeting dell’Opec del 30 novembre. Questo avrebbe lasciato al cartello tempo in abbondanza per definire i dettagli relativi a chi e quanto avrebbe dovuto tagliare.

Al Congresso Mondiale sull’Energia di Istanbul, lo scorso 10 ottobre, Vladimir Putin ha dato indicazione che la Russia era pronta insieme all’Opec a limitare la produzione di petrolio, sia attraverso un congelamento della produzione sia con tagli. In conseguenza di ciò, il petrolio è fortemente rimbalzato sopra $50 con ripetute puntate verso i $60 quale livello successivo. Gli Hedge funds hanno acquistato su questa prospettiva e all’11 ottobre detenevano una posizione lorda di lungo nel greggio WTI e Brent di 840 milioni di barili, a seguito di una delle più grosse impennate mai viste negli acquisti. Questo accadeva solo un mese dopo che il petrolio subisse la maggior perdita settimanale in 10 mesi, mentre un sell off del 16% dal 10 ottobre spazzava via tutti i guadagni realizzati dal meeting di Algeri, toccando i $40/b invece dei $60/b. Cosa è cambiato?

Svariati membri dell’Opec tra cui Iran, Nigeria, Libia e più di recente anche l’Iraq hanno chiesto di essere esentati dai tagli mentre la Russia è tornata sui suoi passi dichiarando di voler al massimo congelare la propria produzione. Le survey sulla produzione di ottobre indicano il cammino verso una produzione record dell’Opec, con incrementi dell’offerta da parte di Nigeria, Libia e Iran mentre anche la Russia ha raggiunto un livello record post-Soviet. Questi sviluppi sono stati accompagnati dal più forte incremento settimanale dello stoccaggio di cui si abbia traccia, e di conseguenza gli hedge funds hanno dovuto correre ai ripari per uscire dalle scommesse fallite ed ora in perdita su prezzi crescenti. Negli ultimi anni, le posizioni speculative sono state uno dei driver principali di svariati movimenti di prezzo +20% in entrambe le direzioni. Interventi verbali non seguiti da fatti hanno lasciato gli attori di mercato nella posizione di inseguire il mercato, con risultati spesso in perdita.  

Una fase di rapida liquidazione di posizioni troppo estese, sia nel lungo che nel breve, è stata il key driver dietro svariati movimenti in su e in giù del 20-25% che si sono verificati nello scorso paio di anni. Mentre i primi segnali di supporto del mercato da parte dell’Arabia Saudita lo scorso agosto hanno aiutato al recupero delle quotazioni con un rally del mercato del 22%, assistiamo oggi al contrario; senza un rinnovato focus sul taglio alla produzione, l’attuale sell off potrebbe non interrompersi prima che vengano ridotte le posizioni di lungo e questo potrebbe comportare un ritorno a $40/b.

L’aumento dell’offerta dalla Nigeria e dalla Libia e le previsioni per una intensa stagione di carico dal mare del Nord  hanno messo sotto pressione gli spread del Brent. L’approfondimento dei contratti di riporto è un segnale forte di mercato eccedentario. Lo spread a sei mesi tra gennaio e luglio, come si vede qui sotto, è scambiato a $4/b. Uno spread così ampio ha di nuovo riaperto i giochi per lo stoccaggio in mare aperto: i compratori prendono il petrolio consegnato, lo stoccano per sei mesi in mare su una superpetroliera e guadagnano dalla vendita a un prezzo a termine superiore del 9% circa all’immediato.

L’ultimo sell off del petrolio è arrivato a seguito della riunione tecnica tenutasi a Vienna la scorsa settimana, nella quale produttori Opec e non-Opec non sono riusciti a raggiungere un accordo su chi dovrà effettuare i tagli alla produzione, e di quanto. La Reuters venerdì riportava il riemergere alla riunione di vecchie dispute tra l’Arabia Saudita e il rivale Iran, con Riad che minacciava di aumentare sensibilmente la propria produzione per abbassare i prezzi se l’Iran avesse rifiutato di limitare la propria fornitura. In prospettiva, restiamo nella convinzione che l’Opec, con il rischio di un nuovo crollo dei prezzi, raggiungerà un accordo (di qualsiasi genere) visto che la maggior parte dei membri non può permettersi ulteriori ritardi nel raggiungimento dell’equilibrio di mercato.

Se questo accordo produrrà effetti che vanno oltre la stabilizzazione dei prezzi, rimane da vedersi. Il cammino verso il recupero e il riequilibrio proseguiranno nonostante l’Opec e la sua mancanza di cooperazione a rappresentarne sempre più la causa principale. Il greggio Brent ha rotto il trend rialzista dal minimo di gennaio e appare sempre più brutto. Una rottura sotto $45/b innalza il rischio di una persistente debolezza verso il minimo di agosto a $41.5/b

di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank