INVESTIMENTI, Mercati

Value europeo, pronti per il rimbalzo?

Doyle (Columbia Threadneedle): “Con il posizionamento e le valutazioni attuali, in caso di miglioramento dei dati macro prevediamo un movimento di immensa portata”

Gli investitori sono di recente stati turbati dagli sviluppi della regione europea, che ai loro occhi assomiglia sempre di più al Giappone del ‘decennio perduto’. Ma i motivi per essere ottimisti non mancano, secondo Paul Doyle, responsabile azionario per l’Europa (Regno Unito escluso) di Columbia Threadneedle Investments, che assicura: “Noi guardiamo con favore alle azioni difensive, che a nostro avviso quotano attualmente su livelli troppo convenienti”. In particolare ai titoli value europei.

A detta dell’esperto, l’esito della riunione della Banca centrale europea di metà settembre, il canto del cigno di Mario Draghi, ha confuso molti operatori. “Le obbligazioni hanno registrato un rimbalzo all’annuncio del pacchetto, ma una volta che gli investitori hanno digerito la notizia i guadagni sono stati annullati, spingendo nuovamente i rendimenti verso l’alto. L’andamento del mercato non ci ha tuttavia sorpresi più di tanto: se si considerano i recenti Qe negli Stati Uniti, si nota che i rendimenti sono diminuiti prima degli annunci di tali programmi, per poi tornare a crescere successivamente”.

Il Qe mira nel complesso a ridurre i rendimenti obbligazionari e ad abbassare i costi di finanziamento per le società e i consumatori, stimolando i consumi e gli investimenti e sostenendo la crescita economica. Pertanto, secondo Doyle, un aumento dei rendimenti obbligazionari in un periodo di Qe è un segnale che i mercati desiderano ulteriori misure di stimolo. “Con una crescita annua del Pil in Europa pari ad appena l’1%, un’inflazione persistentemente bassa e un invecchiamento demografico che agisce da freno sull’espansione economica, è facile capire perché”, aggiunge. 

L’Europa è fonte di preoccupazione per molti investitori. “Nel medio termine (3-5 anni) riteniamo che il Vecchio Continente – afferma l’espero – assomiglierà sempre di più al Giappone. I mercati obbligazionari sono passati dal pessimismo all’euforia (attualmente i Bund decennali tedeschi offrono rendimenti negativi), dopo il trend laterale registrato dai rendimenti fin dalla crisi finanziaria globale. Tutto ciò ricorda in maniera preoccupante i decenni perduti del Giappone, caratterizzati da crescita e inflazione anemiche”.

Doyle ricorda che i rendimenti delle obbligazioni statunitensi hanno seguito più o meno lo stesso andamento: per un decennio hanno oscillato tra l’1,5% e il 3%, registrando un rialzo nella seconda metà del 2010 e tornando poi a scendere nel 2012. Sono saliti durante il “taper tantrum” del 2013-2014, quando la Federal Reserve ha messo fine al Qe. A partire dal 2015, però, in un contesto di fuga verso la sicurezza a vantaggio dei Treasury, i rendimenti sono tornati a scendere, sulla scia dei timori di una svalutazione della divisa cinese.

“Più di recente abbiamo osservato una fuga verso attivi più sicuri come l’oro – sottolinea -. Le posizioni speculative nel metallo giallo hanno raggiunto il livello più alto dal primo trimestre del 2016. Il rapporto tra il prezzo dell’oro e quello del rame, un indicatore della salute economica, è prossimo ai massimi toccati durante la crisi finanziaria. Si tratta di un chiaro segnale di debolezza economica. In breve, gli investitori sono diventati prudenti”.

Tale atteggiamento è motivato da una serie di ragioni, secondo l’esperto, che fa un elenco: quasi nessuno crede che la Cina registrerà una ripresa vigorosa o che l’Europa potrà scampare alla recessione; il clima di fiducia nel settore manifatturiero dell’Eurozona è al livello più basso dalla crisi finanziaria, come dimostrato dall’indice dei responsabili degli acquisti dell’attività manifatturiera, sceso nettamente sotto quota 50; molti esperti scommettono che gli Usa entreranno in recessione l’anno prossimo. Di conseguenza, gli investitori si sono posizionati in modo difensivo e privilegiano ora le obbligazioni a scapito delle azioni.

Ma Doyle assicura che c’è spazio per le sorprese. “Le ragioni per essere ottimisti non mancano – afferma -. Le banche centrali hanno reagito alla debolezza economica e il sentiment di imprese ed investitori potrebbe aver raggiunto il punto di minimo”. Il Citigroup Economic Surprise Index, una misura di quanto gli indicatori risultano superiori o inferiori alle stime di consenso, è rimasto in territorio negativo per gran parte del 2018. Ora, per la prima volta da gennaio, è tornato sopra lo zero. Gli ordini di esportazione di Taiwan, un indicatore anticipatore della domanda di esportazioni asiatica, si sono impennati, così come il Baltic Dry Index, che misura le spese di trasporto globali. Entrambi questi dati indicano un miglioramento del commercio globale e sono spesso seguiti dagli indici Pmi con un ritardo di tre mesi. Anche l’offerta di moneta nell’eurozona è in crescita, addirittura già da prima che la Bce facesse ripartire il Qe; un altro fattore che potrebbe dare impulso ai Pmi.

“Diverse notizie che in passato avremmo giudicato poco entusiasmanti oggi sono considerate positive e intravediamo fattori macroeconomici e geopolitici favorevoli all’orizzonte – aggiunge Doyle -. Uno di questi è rappresentato dai tagli alle imposte volti a stimolare la crescita: Christine Lagarde, presidente entrante della Bce, è a favore di maggiori stimoli fiscali. Un altro fattore positivo è costituito dalle elezioni presidenziali statunitensi del 2020. Se consideriamo le ultime 20 elezioni, l’S&P 500 ha segnato un rialzo 18 volte nei 12 mesi prima di novembre; le due uniche eccezioni sono state la recessione del 1960 e la crisi finanziaria del 2008. È difficile pensare che gli Stati Uniti possano entrare in recessione in un momento in cui l’aumento dell’occupazione e delle retribuzioni mantiene la crescita dei consumi al 2%. La crescita dell’impiego ha perso vigore, ma rimane pur sempre positiva e spinge il tasso di disoccupazione verso il basso. Sono sufficienti meno di 110.000 nuovi posti di lavoro al mese per mantenere lo status quo e negli ultimi tre mesi la crescita registrata è stata di 155.000 unità al mese”.

Ciò, secondo l’esperto, dovrebbe giocare a favore delle azioni statunitensi, il che imprimerebbe a sua volta slancio a molti altri mercati. Il trend ribassista dovrebbe attenuarsi e, pertanto, qualunque inversione potrebbe tradursi in un significativo rimbalzo nelle aree depresse.

Insomma, c’è potenziale per un movimento di immensa portata. “Guardiamo con favore alle azioni difensive europee, che attualmente quotano a livelli troppo convenienti. I titoli value europei quotano su livelli minimi rispetto a quelli growth dal 2000 – precisa Doyle -. Gli utili sono diminuiti, riducendo l’hurdle rate per le sorprese positive. Le stime sugli utili sono state riviste al ribasso durante tutto l’anno, ragion per cui, al loro annuncio, i risultati del primo e secondo trimestre hanno battuto queste previsioni. Se l’attuale ondata di debolezza dovesse stabilizzarsi o addirittura migliorare, i titoli value potrebbero mettere a segno un rimbalzo nella seconda parte dell’anno, come del resto è già accaduto tre volte negli ultimi 10 anni: nel 2009, nel 2013 e nel 2016. Se il mercato dovesse effettivamente reagire a una ripresa degli indici Pmi, è probabile che il rialzo sarà trainato dai titoli più sensibili al ciclo economico. Nel frattempo, gli investitori sottopesano l’Europa più del Regno Unito. Una stabilizzazione o un miglioramento dei dati economici dovrebbe favorire principalmente l’Europa, e soprattutto i segmenti ipervenduti dei titoli value europei”.

L’esperto conclude evidenziando che questa volta ci troviamo di fronte a un punto di partenza estremo, poiché i rendimenti obbligazionari statunitensi si attestano ad appena l’1,5% e sono in aumento. “Alla luce del posizionamento e delle valutazioni attuali, in caso di un effettivo miglioramento dei dati macroeconomici prevediamo un movimento di immensa portata”, assicura.