INVESTIMENTI, Mercati

Asia: Cina e Taiwan guardano già al dopo-crisi

Ma per il resto del continente è ancora presto. L’analisi di JK Capital Management (La Française)

Nonostante i sell-off e le notizie che continuano ad essere drammatiche, in alcuni mercati sembra iniziare a vedersi la luce in fondo al tunnel, secondo Fabrice Jacob, ceo di JJK Capital Management, affiliata di La Française. “In Asia le obbligazioni hanno sofferto un severo calo dei prezzi durante la scorsa settimana, con l’ondata risk off che spazzava i mercati globali – spiega l’esperto -. Mentre i contagi e il tasso di mortalità del Covid-19 iniziava ad accelerare in tutto il mondo e la maggior parte delle economie occidentali sviluppate cominciava a mettere in pratica dei lockdown per la popolazione piuttosto aggressivi, la cruda realtà dell’impatto economico della malattia è apparsa molto chiara”. 

E così, i bond asiatici in dollari Usa, che al momento dell’iniziale scoppio dell’epidemia in Cina riuscivano a scambiare con un certo grado di stabilità e addirittura a sovraperformare a febbraio e a inizio marzo, la scorsa settimana hanno assistito a una significativa ripresa della volatilità a seguito delle brusche svalutazioni del prezzo degli asset negli Usa e in Europa.

“I timori per una possibile uscita dalle posizioni a leva da parte degli hedge fund hanno esacerbato la situazione, soprattutto negli Usa dove la larga esposizione degli Etf al mercato obbligazionario statunitense si è tradotta in un significativo aumento delle vendite indiscriminate tanto di obbligazioni high yield che di obbligazioni investment grade – prosegue Jacob -. Nel frattempo la capacità delle banche d’investimento di fornire cuscinetti di liquidità al mercato è stata severamente limitata dalla riforma Dodd Frank, imposta sulla scia della crisi finanziaria del 2008. Non sorprende che in un tale contesto si sia iniziato ad assistere a una significativa divergenza dei prezzi rispetto ai fondamentali e nonostante i segni di una stabilizzazione del contagio in Cina, tutti i settori sovraperformanti in Asia hanno purtroppo offerto poco sollievo rispetto a un sentimento globale ribassista e a un sell-off trainato dalla ricerca di liquidità”.

Tuttavia secondo l’esperto va notato che, per quanto le notizie sembrino oggi drammatiche, i mercati in ultima istanza troveranno il proprio assetto una volta che il virus si sarà stabilizzato, soprattutto grazie ai massicci stimoli monetari e fiscali in praticamente tutti i maggiori hub finanziari globali. “In un segnale incoraggiante nel mercato high yield dell’Asia, abbiamo iniziato a vedere annunci di buy back di obbligazioni societarie e, sebbene queste offerte siano state presentate sino ad ora a valutazioni significativamente scontate, questo trend si è rivelato uno dei catalizzatori chiave per la  stabilizzazione finale del mercato durante l’analogo crollo del 2008 – evidenzia -. Con i mercati globali del credito dominati da poca liquidità, come evidenziato dagli amplissimi spread fra domanda e offerta, mantenere la massima attenzione sui fondamentali societari e conservare un atteggiamento freddo nelle valutazioni dei prezzi sarà in cruciale per affrontare questi tempi estremamente difficili”.

La situazione è leggermente migliore sul fronte azionario secondo Jacob, poiché i listini in Asia sono rimasti molto liquidi. “Il mercato delle A-share cinesi spicca in questo senso, avendo sovraperformato in modo significativo il resto del mondo da inizio anno – sottolinea -. Vale la pena di ricordare che il mercato A-share è guidato largamente dagli scambi domestici (la partecipazione straniera rimane modesta), e che la Cina è la nazione più avanzata nella lotta al coronavirus. Il governo di Pechino è riuscito a riaprire all’incirca l’80% della propria economia dopo più di due mesi di lock-down e ora è concentrato sugli stimoli economici. Come richiamato in un articolo del 23 marzo di Bloomberg, “la Cina sta nuotando nella liquidità, con i finanziamenti meno costosi dal 2006”: una situazione completamente diversa da quella statunitense, dove il differenziale di rendimento fra la commercial paper Usa e i tassi risk-free è ormai ai massimi dalla crisi finanziaria globale del 2008”.

Per Jacob, Hong Kong, Taiwan e la Corea del Sud sono rimasti anch’essi molto liquidi, poiché gli investitori locali all’interno di questi mercati (tanto retail che istituzionali) hanno tendenzialmente grandi disponibilità di liquido. “Essi sono attratti da ciò che potrebbero percepire come l’opportunità d’investimento del decennio. In altre parole, qualsiasi investitore straniero che volesse vendere uno qualsiasi di questi mercati troverebbe probabilmente un acquirente locale. La stabilità del RMB cinese e del dollaro taiwanese sono altrettanti motivi per cui questi due mercati sono relativi safe haven”, chiarisce.

Nel Sudest dell’Asia (India, Indonesia, Tailandia, Malesia, Filippine) la situazione è  invece più complicata, poiché le valute locali hanno sofferto forti deprezzamenti negli ultimi giorni, innescando un’intensa pressione di vendita da parte degli investitori stranieri, e con una solo modesta domanda locale. “Diverse titoli in questi mercati hanno subito ripetuti ribassi, e di conseguenza si sono viste sospendere il trading, sebbene il petrolio a 22 dollari al barile dovrebbe essere per loro un sollievo. Questi mercati potrebbero essere descritti come completamente dislocati, e le loro valutazioni come prive di significato. Ciò spiega anche come i fondi cinesi stanno, generalmente, sovraperformando i fondi asiatici in questi giorni”, afferma.

La domanda critica per tutti è se assisteremo a una seconda ondata dell’epidemia in Cina. Purtroppo la situazione in Corea, a Singapore e ad Hong Kong si è deteriorata negli ultimi giorni, dopo che molti cittadini di queste nazioni sono rientrati dall’Europa, riportando il contagio e violando la disciplina della quarantena. “Tuttavia la situazione in Cina sembra sotto controllo, e questa è la notizia più importante per il resto del mondo che osserva da vicino anche se con il fiato sospeso”, conclude Jacob.