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Economia globale, i tre sviluppi che fanno ben sperare

Le banche centrali, la ‘Fase uno’ di Usa e Cina e la vittoria di Johnson nel Regno Unito hanno migliorato il sentiment. L’analisi di T. Rowe Price

È diventato più ottimista Nikolaj Schmidt, chief international economist di T. Rowe Price, sul futuro dell’economia globale. Merito di tre sviluppi chiave nelle ultime settimane che hanno migliorato la fiducia degli investitori e dovrebbero sostenere la crescita mondiale: le politiche accomodanti delle banche centrali, un primo accordo raggiunto tra Usa e Cina chiamato ‘Fase 1’ e la vittoria elettorale di Boris Johnson nel Regno Unito. “Non è facile dire quanta sostanza ci sia dietro a queste notizie, ma come sempre è la narrativa ad essere importante. Le ‘storie’ positive influenzano il sentiment più dei fatti ed è il sentiment a guidare i prezzi degli asset”, spiega Schmidt.

La prima di queste notizie riguarda dunque le banche centrali e in particolare l’insistenza di Fed e Bce nel confermare che siamo ancora molto distanti da possibili rialzi dei tassi. Entrambe le banche centrali hanno mantenuto le politiche monetarie invariate a dicembre e hanno continuato a rassicurare i mercati sul fatto che intendono procedere sulla stessa strada nel prossimo futuro. Si sono anche impegnate a porre l’accento sulla riduzione dell’incertezza e sui segnali di stabilizzazione dei dati, facendo eco ad altri commenti da parte delle banche centrali di Australia, Canada, Ungheria e Nuova Zelanda. “Il punto cruciale è che gli istituti centrali sono creature che si muovono molto lentamente ed è quindi quasi certo che non alzeranno i tassi nei prossimi tre mesi e probabilmente neanche nell’arco di tutto il primo semestre – precisa Schmidt -. Tuttavia, è importante ricordare che i governatori cambiano idea quando i dati macro cambiano: non sono state date garanzie e dovremmo tenere a mente che le previsioni di crescita dell’economia globale delle banche centrali sono incerte come quelle di qualsiasi altro ente. Al momento il cielo sembra terso, ma il tempo potrebbe anche variare”.

Un’altra notizia importante è che gli Usa e la Cina hanno concordato una “fase uno” di accordo commerciale, che comprende una riduzione dei dazi, un aumento degli acquisti di beni agricoli e cambiamenti strutturali a livello di proprietà intellettuale e tecnologia. I documenti effettivi non sono ancora stati firmati e molti dettagli di quanto pattuito sono ancora poco chiari, ma le due parti sembrano essere giunte per lo meno a una tregua, che rappresenta già un passo avanti. “A livello economico, un accordo simile segnalerebbe al mondo che la relazione tra Usa e Cina non è del tutto incrinata, o almeno non ancora – osserva l’economista -. E sebbene sarebbe esagerato dire che ciò sosterrà la crescita dell’economia globale, si può dire che una notizia meno negativa è in un certo senso una notizia positiva. Sono rimasto sorpreso della serietà di questa ‘fase uno’: sembra che le due parti siano tornate sull’accordo che è collassato a maggio e che stiano lavorando a tale documento in varie fasi. Il lato ‘positivo è che si tratta di un progetto ambizioso che riduce le probabilità che il Presidente Trump prenda decisioni imprevedibili per dimostrare di non avere un atteggiamento accondiscendente nei confronti della Cina. Dall’altro lato invece, un accordo superficiale che mettesse in pausa la guerra commerciale fino a dopo le elezioni negli Usa sarebbe stato probabilmente un risultato migliore. Per il momento, avremo una tregua probabilmente fino a metà/fine febbraio, quando la fase uno dell’accordo verrà implementata”.

Infine, la maggiore chiarezza su Brexit. La vittoria di Boris Johnson alle elezioni britanniche e la conseguente riduzione della probabilità di assistere a una hard Brexit, rappresenta una notizia positiva per il Regno Unito e per l’Europa. “Il Regno Unito non è in grandissima forma, ma sta sicuramente meglio rispetto a qualche mese fa, quando la possibilità di una hard Brexit aleggiava nell’aria. L’uscita dall’Ue ha rappresentato un peso per la crescita in Europa, soprattutto in Paesi come la Germania – spiega l’esperto -. La chiarezza su Brexit (per esempio la conferma che il Regno Unito uscirà dall’Ue il 31 gennaio) porterà un certo sollievo sui mercati, anche se potrebbe durare poco, dato che la deadline per l’accordo commerciale con l’Ue di dicembre 2020 non è poi così distante”.

In generale, secondo Schmidt questi sviluppi rafforzano l’idea che una minore incertezza porterà a una ripresa della crescita dell’economia globale e a una compressione dei premi per il rischio. Ciò sosterrà gli asset rischiosi ad alta crescita come l’azionario e aiuterà a contenere gli spread creditizi. “È probabile che il dollaro si indebolirà significativamente, soprattutto rispetto alle valute dei mercati emergenti. Con i tassi a breve bloccati dai policymaker, potremmo vedere un irripidimento delle curve dei rendimenti dei Paesi core, con il sell-off di quelli a più lungo termine. È probabile che tale movimento si propagherà finché le banche centrali non cambieranno atteggiamento nei confronti di possibili rialzi. Anche se i tassi dei mercati emergenti potrebbero beneficiare di un migliore sentiment per il rischio, penso che faranno fatica ad entrare in rally in un contesto di sell-off per i rendimenti core. Di conseguenza, preferisco le valute che offrono rendimenti più elevati come il rublo russo e il peso messicano”, conclude.