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Difficile trovare mercati a buon mercato

Lamont (Schroders): “Alcuni semplici modelli basati sui dividendi o sugli utili suggeriscono che i rendimenti attesi a lungo termine sono inferiori dello 0,3-0,4% rispetto all’inizio dell’anno in tutti i mercati azionari”

Tra i 5 mercati azionari analizzati regolarmente da Schroders, ovvero Regno Unito, Usa, Europa, Giappone e Emergenti, anche il peggiore del gruppo, il Giappone, ha offerto un rendimento di quasi l’8% dall’inizio dell’anno. Parola di Duncan Lamont, head of research and analytics di Schroders, secondo cui gli Stati Uniti hanno avuto la performance migliore, con un rialzo del 13,9%, che rispecchia quasi perfettamente il calo del 13,7% nel quarto trimestre del 2018.

“Tuttavia – chiarisce l’esperto -, è utile ricordarsi che, per via del compounding dei rendimenti da un periodo all’altro, un determinato rialzo non è sufficiente a contrastare una perdita precedente dello stesso valore percentuale: infatti, il rendimento complessivo dell’azionario Usa nei sei mesi che comprendono l’ultimo trimestre 2018 e il primo trimestre 2019 è di -1,7%. Il Regno Unito, l’Europa e i Mercati Emergenti hanno tutti registrato un rialzo vicino al 10% quest’anno”.

Le valutazioni sono uno degli indicatori più importanti dei rendimenti a lungo termine, ricorda Lamont. “Se si compra quando i titoli sono ‘a buon mercato’, le probabilità sono a favore degli investitori. Se invece si compra quando i titoli sono costosi, anche se non per forza si soffriranno delle perdite, sarà necessaria una congiuntura favorevole di un numero maggiore di fattori affinché l’investimento vada a buon fine”.

“A gennaio – prosegue – la combinazione di una crescita solida degli utili e del calo dei mercati aveva portato l’azionario in ogni parte del mondo sui valori vicini ai minimi degli ultimi anni. Sebbene i rischi a breve termine fossero elevati, le prospettive a lungo termine erano significativamente migliorate. Sebbene le valutazioni siano solitamente un indicatore poco affidabile della performance a breve termine, i mercati hanno avuto un evidente rialzo rispetto a quel punto di minimo. Tuttavia, la solida performance della prima parte del 2019 significa che i rendimenti attesi nel medio-lungo termine sono già stati ottenuti in appena tre mesi. Ciò riduce le prospettive di guadagno future e il quadro delle valutazioni ora si è molto indebolito. Alcuni semplici modelli basati sui dividendi o sugli utili suggeriscono che i rendimenti attesi a lungo termine sono inferiori dello 0,3-0,4% rispetto all’inizio dell’anno in tutti i mercati azionari”.

Distinguere, anche in questo caso, è d’oobligo. “Se si escludono gli Usa – precisa Lamont -, la maggior parte degli indicatori di valutazione (rapporto prezzo/utili forward e trailing, rapporto prezzo/valore contabile e dividend yield) sono abbastanza vicini alle medie storiche, con l’eccezione del Cape, il rapporto prezzo/utili corretto per il ciclo. Si tratta di un campanello di allarme ma non di un aspetto così preoccupante da perderci il sonno. Ovviamente, potrebbero verificarsi delle performance negative (una ripresa dei rialzi dei tassi negli Usa sarebbe un possibile driver) ma è improbabile che le valutazioni siano l’origine del problema. Gli Stati Uniti invece continuano ad essere in bilico. Tuttavia, scommettere contro l’azionario Usa è da anni un’impresa folle e agli investitori conviene mantenere un’esposizione bilanciata all’equity globale”.