FINANZA PERSONALE

Risparmio, 3 ragioni per cui gli italiani non investono

Nel 2018 la tendenza al risparmio degli italiani è aumentata del 18%. Incertezza, sfiducia e soprattutto timore d’investire in strumenti finanziari fanno sì che quasi 1,4 miliardi di euro siano fermi sui conti correnti

Nonostante la crisi gli italiani restano tenaci “formichine” votate al risparmio, ma per paura o scarsa conoscenza degli strumenti di investimento la grande maggioranza tiene quasi tutto sul conto corrente. Dei 4.287 miliardi di euro di ricchezza finanziaria in mano alle famiglie tricolori, infatti, sono ben 1.371 i miliardi parcheggiati su conti correnti e conti deposito, secondo i dati della Banca d’Italia. Si tratta di una cifra enorme, pari a oltre la metà del nostro colossale debito pubblico e non lontana dal prodotto interno lordo nazionale. Di più: secondo l’Abi, nel 2018 i depositi della clientela residente sono aumentati di 32 miliardi rispetto all’anno precedente, cifra simile a quella della manovra di bilancio approvata a fine dicembre. Negli anni 2005-2006 il “polmone” di liquidità dei privati rappresentava il 23% del totale, nel 2009 è salito al 29%, oggi siamo arrivati al 32%. 

A inchiodare il prudentissimo risparmio tricolore sui semplici conti bancari sono incertezza, scarsa fiducia nel futuro e soprattutto timore di investire in strumenti finanziari percepiti – più a torto che a ragione – come rischiosi. 

Ha senso tenere tutto questo denaro sui conti deposito anziché investirlo in altri strumenti finanziari con l’obiettivo di farlo fruttare nel medio-lungo termine?
“Dipende da tre variabili: personali, anagrafiche ed economiche. La prima è il profilo di rischio di un investitore – spiega Alessandro Tentori, chief investment officer di Axa Im Italia – cioè il valore soggettivo che ciascuno dà al rischio legato all’investimento. La seconda variabile è l’età, perché una persona matura avrà un approccio diverso all’investimento rispetto a una più giovane. Infine, la scelta dipende anche da fattori squisitamente economici come i tassi di interesse reali, ossia quelli che tengono conto dell’inflazione”.

Entriamo più in dettaglio sulle cifre: quanto pesa l’inflazione sui ritorni reali dei conti correnti? Non è che – per paura dei rischi legati agli altri strumenti finanziari – vengano scelte soluzioni, come i conti deposito, con i quali abbiamo la certezza di perdere denaro in termini reali, cioè al netto del carovita?
“Dipende: in questo momento, con la crescita zero in Italia, l’inflazione pesa – continua Tentori -. Durante la crisi, dal 2008 al 2009, il carovita è sempre restato al di sopra dei tassi della Banca Centrale Europea, in media dello -0,7%. Dal 1999 al 2009 invece la situazione era molto diversa, con il tasso medio reale che si è ritrovato in positivo a +0,8%, ma durante questo periodo per ben tre anni, dal 2003 al 2006, l’inflazione si è portata al di sopra del tasso (quindi durante quell’intervallo temporale il tasso reale era negativo). Quindi, se avessi tenuto i soldi sul conto deposito durante il periodo dal 2003 al 2006, quando i tassi reali erano negativi, ne avrei persi”.

Quale sarebbe invece la giusta percentuale di ricchezza finanziaria da destinare alla liquidità, ossia da tenere sul conto corrente, in un orizzonte di investimento di medio-lungo periodo?
“La liquidità nei fondi d’investimento in genere varia dal 5% al 7%, dipende dalle situazioni – conclude il chief investment officer di Axa Im Italia -. Per gli investitori privati la percentuale di liquidità può essere maggiore, ma anche in questo caso dipende dal profilo di rischio e dagli obiettivi personali”.