ECONOMIA

Trade war, l’equilibrio tra Usa e Cina non durerà a lungo

Gli esperti di Schroders si aspettano un ritorno dell’escalation dei dazi prima della fine del 2019. Ecco perché

Con economie domestiche in rallentamento e vittime di continue pressioni per porre fine alla trade war, Xi Jinping e Donald Trump hanno recentemente trovato un compromesso per evitare di danneggiare ulteriormente il contesto economico. Ma non c’è da illudersi, secondo Craig Botham e Keith Wade, rispettivamente senior emerging markets economist e chief economist & strategist di Schroders, a detta dei quali l’unico problema è che ci siamo già trovati in questa situazione.

Secondo i due esperti, infatti, a dicembre 2018 è stata utilizzata esattamente la stessa narrativa, quando le due parti hanno dichiarato una tregua nell’ambito della trade war. “Non riteniamo che questa volta la tregua durerà più a lungo – affermano – . In questo momento l’accordo è soltanto verbale e ci sono pochi dettagli: in alcuni ambiti dobbiamo basarci sulle parole di Trump riguardo agli impegni cinesi. Come a dicembre dell’anno scorso, gli Usa hanno concordato di sospendere l’escalation di dazi in cambio della promessa cinese di acquisto di beni agricoli, di misure sulla proprietà intellettuale, sulla valuta e sui servizi finanziari. Purtroppo, un altro punto in comune con la tregua del 2018 è che niente è stato detto riguardo al meccanismo di attuazione. Si tratta di un elemento significativo, dato che è proprio a tale questione che viene attribuito il merito di aver fatto saltare i colloqui, portando a una re-esclation della trade war lo scorso maggio”.

Per Botham e Wade, dal punto di vista della Cina, questo compromesso non porterà allo scenario ideale di un ritiro totale dei dazi, ma allo stesso tempo non è neanche un accordo costoso: il Paese ha bisogno di una maggiore offerta di beni alimentari, in seguito all’impennata dell’inflazione dei prezzi di tali prodotti, quindi quanto concordato rappresenta a malapena una concessione. “In modo simile – spiegano -, è già in corso un processo di apertura dei mercati finanziari, quindi anche in questo caso non si può parlare di una vera concessione. A parte questo, i cinesi si sono assicurati almeno un paio di mesi di respiro, durante cui non ci sarà un’escalation dei dazi”.

Un momento cruciale potrebbe essere dicembre, quando è previsto il prossimo aumento dei dazi. “Sospettiamo che la Cina stia guardando al futuro dell’agenda politica statunitense, calcolando che quando il presidente Trump si troverà a dover lottare non solo con l’impeachment ma anche con le elezioni, le sue capacità di portare avanti la guerra commerciale potrebbero essere minori – precisano -. In una crescente disperazione, è possibile che Trump ceda alle pressioni sul trasferimento forzato di tecnologia e sulla politica industriale. Naturalmente potrebbe anche perseguire un approccio aggressivo, nel tentativo di compattare la sua base elettorale attraverso un nuovo attacco nei confronti di un nemico straniero. In ogni caso, meglio che questi nuovi dazi vengano introdotti con un paio di mesi di ritardo piuttosto che nell’immediato”.

Dal punto di vista degli Stati Uniti invece questa mossa sembra meno strategica. Secondo Botham e Wade, infatti, potrebbe marginalmente ridurre i danni inflitti alle società domestiche e ai consumatori, ma bisogna tenere a mente che i dazi esistenti continuano ad essere attivi. “Forse questo accordo può essere rigirato e utilizzato come vittoria politica in un momento di crescenti problemi per il Presidente. Altrimenti, sembrerebbe ridurre la leva finanziaria in un momento cruciale”, aggiungono.

Che succederà ora? Secondo i due esperti, sono due gli appuntamenti da guardare con attenzione: il primo è il meeting dell’Apec tra Trump e Xi, data entro cui questo accordo dovrebbe già essere stato scritto e finalizzato ed essere pronto per l’endorsement. La seconda data è il 15 dicembre, quando cade la deadline per l’introduzione di nuovi dazi al 15% su circa 160 miliardi di dollari di beni. “Vista la tendenza che questi dialoghi hanno di soccombere quando giunge il momento di assumersi impegni nella fase di scrittura dell’accordo, dubitiamo che questo accordo sopravviverà fino alla fine dell’anno. Continuiamo ad aspettarci un ritorno dell’escalation dei dazi prima della fine del 2019, anche se è possibile che la deadline per i nuovi dazi venga spostata al primo trimestre dell’anno prossimo”, avvertono.

Quanto all’impatto sulla crescita globale di questa prima fase di accordo commerciale tra Usa e Cina, questo sarà limitato. “I produttori agricoli statunitensi ne beneficeranno – argomentano -, grazie all’aumento di acquisti di carne di maiale e soia da parte della Cina, ma oltre a ciò l’unica notizia positiva è il fatto che l’aumento dei dazi dal 25% al 30% previsto per questa settimana è stato rimandato. Tuttavia, parlando di imprese, l’incertezza persisterà finché i dazi saranno attivi e la minaccia di ulteriori aumenti sarà usata come uno strumento di negoziazione per ottenere un accordo più rilevante sulla proprietà intellettuale. La Cina potrebbe decidere di aver concesso il più possibile e acconsentire a mettere in stallo i negoziati all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Ciò creerebbe un limbo per le società che potrebbe pesare sulle spese in conto capitale, dato che le aziende aspetterebbero di avere maggiore chiarezza prima di impegnarsi in nuove spese. La guerra tecnologica probabilmente continuerà, dato che le preoccupazioni in termini di sicurezza continuano ad essere elevate”.

Secondo Botham e Wade, nel frattempo potremmo anche assistere all’apertura di un nuovo fronte nei mercati dei capitali, con gli Usa che limitano i flussi di capitale con la Cina, applicando restrizioni sulle Ipo o sugli investimenti istituzionali all’estero. “Questa ‘fase uno’ dell’accordo rappresenta un passo nella giusta direzione, ma ne saranno necessari molti altri per eliminare la nebbia della trade war”, concludono.