ECONOMIA

La volatilità dipende dalla liquidità, non dai fondamentali

Dalle agitazioni sui mercati azionari viste ad agosto – provocate dalla svalutazione dello yuan e dal ritorno delle preoccupazioni circa l’economia cinese – i mercati finanziari hanno registrato un bel po’ di volatilità.

Gli operatori di mercato hanno dato troppa importanza ai fattori di rischio, in particolare a quelli legati alla Cina. Ciò si è tradotto in questi forti movimenti esasperati dall’attuale mancanza di liquidità sui mercati.
Durante la correzione di agosto molti indicatori di mercato si stavano comportando come nel mezzo della crisi del 2008. E’ questo il caso della volatilità dell’indice dell’azionario statunitense (il VVIX), che ha toccato i massimi quando la People’s Bank of China (PBoC) ha annunciato che avrebbe liberalizzato il meccanismo di fixing del tasso di cambio. Tra il 21 e il 24 agosto, la volatilità intraday dell’Euro Stoxx ha registrato gli stessi massimi toccati tra il 3 e il 6 ottobre 2008, all’epoca del crollo di Lehman Brothers.
Tuttavia, se si considerano i fondamentali, le recenti correzioni estreme dei mercati non hanno proprio alcun senso. Gli investitori devono provare a guardare in maniera razionale ai dati macroeconomici. Questi, infatti, stanno dando indicazioni circa la reale direzione della crescita globale: gli indici PMI, tra gli altri, mostrano che le economie sviluppate stanno reagendo bene, riportando una crescita discreta, più solida di quella dei mercati emergenti, che al momento invece stanno rallentando. Tale divergenza mostra che le dinamiche di crescita sono in una fase di redistribuzione. In Cina, la crescita non sta crollando, però sta rallentando da diversi anni, ormai. La situazione economica del Dragone non è nuova; non c’è nulla negli attuali dati macroeconomici che giustifichi maggiori timori per le conseguenze del rallentamento dell’economia cinese. Le statistiche ad alta frequenza fanno perfino supporre un rimbalzo dell’attività cinese a inizio 2016.
Negli Stati Uniti la ripresa economica resta forte, con una crescita vicino al 2,5% per quest’anno e con il mercato del lavoro che è migliorato in maniera significativa. Ciononostante, l’inflazione salariale è ancora debole, fattore che spiega la scelta fatta a settembre dalla Federal Reserve di lasciare i tassi d’interesse invariati. La Fed non voleva correre il rischio di destabilizzare i mercati. La mancanza di inflazione dà alla Banca centrale statunitense un po’ di respiro e, oltre a ciò, la Fed può già contare sull’apprezzamento del dollaro, che sta contribuendo al naturale irrigidimento delle condizioni finanziarie. Il movimento del biglietto verde fa quindi parte degli sforzi della Fed per normalizzare la politica monetaria.
Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, per quanto riguarda la politica monetaria della Banca centrale europea (Bce), le aspettative sull’inflazione fanno sì che il programma di acquisto di asset dell’Istituto di Francoforte resti flessibile. Con un’inflazione prevista tra cinque anni per i cinque anni successivi vicina all’1,6%, il presidente della Bce, Mario Draghi, è pronto a intensificare gli sforzi del programma di Quantitative Easing, se necessario. L’impatto della politica monetaria della Bce si può vedere chiaramente nel sentiment degli investitori; Draghi non vuole dare l’impressione che si stia arrendendo di fronte alle deboli attese sull’inflazione. Tutte queste informazioni stanno dando agli investitori dei punti di riferimento che consentono loro di capire quello che sta succedendo sui mercati con un po’ più di calma.

Commento a cura di Christel Rendu de Lint, Head of Global and Absolute Return Fixed Income di Union Bancaire Privée