ECONOMIA

Guerre commerciali: un’alternativa alla soia americana per la Cina

Le perdite sui mercati azionari dei paesi emergenti sono continuate a giugno, guadagnando sia slancio che ampiezza. L’indice MSCI EM è sceso di oltre il 4% e alla fine del primo semestre è sceso di quasi l’8% rispetto a inizio anno. Dal suo massimo a gennaio ha addirittura perso circa il 16%.

Al contrario, l’indice azionario delle nazioni industrializzate sviluppate ha tenuto bene a giugno e anche nella prima metà dell’anno la perdita inferiore all’1% rimane entro limiti molto accettabili. Va però notato che ciò è dovuto principalmente alle azioni americane, che continuano a beneficiare della forte crescita economica negli USA.
La congiuntura statunitense attualmente riesce a sganciarsi dal rallentamento della crescita globale. Questo è comunque relativamente poco significativo per la maggior parte dei paesi emergenti, che sono influenzati maggiormente dalla Cina, dove stanno aumentando i segnali di un rallentamento della crescita. Pur trattandosi di un fenomeno indipendente dall’acuirsi del conflitto commerciale con gli USA, quest’ultimo potrebbe intensificare il rallentamento economico e ostacolare la ristrutturazione dell’economia e la riforma del sistema finanziario da parte del governo di Pechino.
La politica monetaria contrastante e la dinamica congiunturale sostengono il dollaro
Parallelamente all’inasprimento della politica commerciale, a giugno la banca centrale USA ha continuato i suoi rialzi dei tassi con un altro aumento dei tassi d’interesse largamente previsto.
La politica monetaria più restrittiva degli USA non è il fattore decisivo per la debolezza delle valute, obbligazioni e azioni dei paesi emergenti negli ultimi mesi, ma fornisce comunque un contributo assolutamente importante. Le crescenti tensioni commerciali, il rallentamento della dinamica congiunturale globale e allo stesso tempo un’economia USA in continua espansione sono anch’esse positive per il dollaro USA. Nonostante le prospettive a lungo termine meno promettenti, il dollaro potrebbe quindi continuare ad apprezzarsi ulteriormente nei prossimi mesi. Anche questo sarebbe tendenzialmente negativo per gli asset dei paesi emergenti.
Tuttavia, nonostante i crescenti fattori negativi, attualmente restiamo fondamentalmente positivi nei confronti dei mercati emergenti. Almeno nei prossimi mesi, i problemi potrebbero, tuttavia, persistere e il sentiment degli investitori potrebbe rimanere sottotono. Cosa potrebbe determinare un cambiamento del sentiment?
Naturalmente prima di tutto la fine dei conflitti commerciali. Sarebbe certamente un aiuto, anche se la banca centrale USA inasprirebbe la sua politica monetaria meno velocemente. Entrambe le cose sembrano essere poco probabili al momento.
I mercati finanziari USA e l’economia americana finora sono stati in grado di far fronte ai rialzi dei tassi di interesse, così che per il momento le autorità monetarie USA continueranno probabilmente il loro corso come previsto, tanto più che l’inflazione aumenta più rapidamente di quanto previsto dalla banca centrale.
Una rapida fine delle controversie commerciali è poco probabileP
Per quanto riguarda il tema del commercio sembra improbabile una rapida distensione. Finora, la retorica del presidente Trump è ben accolta dall’elettorato USA, soprattutto perché gli effetti negativi sull’economia degli USA finora sono stati pochi o soltanto molto limitati. Almeno fino alle elezioni di novembre, dunque, il presidente USA dovrebbe essere poco intenzionato a cambiare rotta. La Cina, a sua volta, non ha alcun incentivo per cedere, tanto più che le misure USA mirano apertamente a ostacolare il suo sviluppo economico.
E potrebbe persino ricevere un sostegno indiretto dall’UE, la quale è, a sua volta, nel mirino dei dazi punitivi statunitensi. In linea di principio, i dazi punitivi, i divieti di importazione e simili continuano a essere considerate misure che devono finire al più presto e che (presumibilmente) causano pochi danni irreversibili. Questo riduce la soglia per farne uso, anche se solo come gesto minaccioso “in realtà solo temporaneo”.
Nel caso che coinvolge Stati Uniti e Cina si aggiunge il fatto che il governo statunitense presume che la Cina stia esaurendo già adesso i mezzi per sopperire alla mancanza di relative importazioni dagli USA. Probabilmente, il presidente Trump crede, anche per questo, che la guerra commerciale sia facile e veloce da vincere.
Potenziale per errori di calcolo e conseguenze inaspettate su tutti i fronti
Naturalmente, questo potrebbe rivelarsi anche un errore di calcolo. Ad esempio, la Cina attualmente non ha modo di acquistare altrove i quantitativi di soia che importa dagli Stati Uniti. Ma paesi come l’Argentina, il Brasile e sempre più la Russia si stanno già facendo avanti per cogliere questa opportunità. È abbastanza probabile che la Cina sarà in grado di trovare un’alternativa sufficiente molto più velocemente di quanto non si pensi al momento e i produttori di soia USA saranno tra i grandi perdenti permanenti, se il conflitto continuerà per anni. Quindi, come sempre nelle guerre commerciali, ci saranno alcuni vincitori e molti perdenti, e molti probabilmente in paesi che non sono direttamente coinvolti nel conflitto.

                                                                       a cura di Raiffeisen Capital Management