ECONOMIA

L’Europa non farà la fine del Giappone. Per 8 motivi

Dal mercato del lavoro all’ordine sociale: ecco cosa secondo Schroders salverà il Vecchio Continente dalla ‘giapponesizzazione’

L’Europa è irrimediabilmente sulla strada della ‘giapponesizzazione’? Davvero ci aspettano decenni di stagnazione come è successo a Tokyo dopo la bolla speculativa del 1991? Sono sempre di più, infatti, gli osservatori che hanno comparato il Vecchio Continente al Paese del Sol Levante, indicando la mancanza di crescita, le tendenze deflazionistiche e i tassi di interesse negativi come prove del fatto che la giapponesizzazione dell’Europa sia inevitabile.

Azad Zangana e Piya Sachdeva, rispettivamente senior european economist and strategist e  economist di Schroders, si sono chiesti se questa comparazione sia sensata e per trovare una risposta hanno esplorato le cause e le conseguenti esperienze del Giappone negli anni ’90. Le hanno poi confrontate con la situazione attuale nei quattro maggiori Paesi dell’Ue: Germania, Francia, Spagna e Italia. Ecco alcune delle somiglianze e differenze che hanno individuato.

1. Driver di crescita. Secondo Zangana e Sachdeva esistono grandi differenze tra la composizione della crescita del Giappone dopo la bolla del 1991 e quella dell’Europa in seguito alla crisi finanziaria globale e del debito sovrano europeo. “Il Giappone ha visto perdite molto più ampie a livello di investimenti delle aziende, il che ha avuto un impatto negativo sulla produttività nel lungo periodo. In Europa gli investimenti hanno visto un calo più contenuto: hanno perso circa la metà  e da allora si sono ripresi”, affermano.

2. Mercato del lavoro. A livello demografico, sia Giappone che Europa, secondo i due economisti, mostrano dati abbastanza preoccupanti, inoltre le ore lavorative in Europa sono in continua diminuzione. “Tuttavia, l’Europa ha spazio per migliorare nelle aree in cui è rimasta indietro negli ultimi anni, come i tassi di partecipazione della popolazione femminile e di quella più anziana – fanno notare -. Anche i tassi di disoccupazione sono più alti in Europa rispetto a quanto fossero in Giappone, il che indica l’esistenza di una fonte di domanda supplementare in caso venissero creati nuovi posti di lavoro”. Un’altra differenza è poi nell’ambito della migrazione, praticamente assente in Giappone: il Vecchio Continente è stato in grado di aumentare la sua popolazione in età lavorativa grazie alla migrazione verso l’interno, che ha aiutato ad alleviare il peso di una popolazione con un’età media sempre più alta. E ciò fa ben sperare anche per i prossimi decenni, secondo gli esperti.

3. Inflazione. Entrambe le regioni hanno un’inflazione bassa. In Giappone, ciò è dovuto al fatto che prima e dopo la crisi in Asia, la crescita dei salari è stata influenzata dai tassi di disoccupazione. Il mercato del lavoro è diventato insensibile ai cambiamenti nella crescita del Pil. Nonostante l’ampia recessione in Giappone, la disoccupazione è a malapena cresciuta. Di conseguenza i salari non sono scesi e la produttività è rimasta bassa per molti anni. “In Europa, il rapporto inverso tra disoccupazione e crescita dei salari si è indebolito a livello di singoli Paesi, ma continua a tenere a livello europeo – evidenziano -. A differenza del Giappone, la disoccupazione in Europa ha reagito di fronte ai cambiamenti nel rapporto tra Pil e domanda, aumentando le possibilità di ripresa dei salari. La principale eccezione è la Germania, che ha un mercato più rigido, con un supporto governativo che mira a mantenere l’occupazione stabile anche in fasi di rallentamento”.

4. Esportazioni. La bilancia dei pagamenti e la dipendenza dall’economia esterna rappresenta un’altra similitudine, a detta di Zangana e Sachdeva: “Sebbene entrambi siano grandi esportatori, anche di capitali, la crescita del Giappone dipende molto più dalle esportazioni nette rispetto a quella europea, che può crescere anche attraverso la domanda interna”.

5. Politiche fiscali. Entrambe le regioni hanno visto un ampio aumento del debito, ma secondo i due economisti, a differenza del Giappone che non ha limitato la spesa negli ultimi decenni, l’Europa ha dimostrato di avere regole di budget molto più rigide e di aver utilizzato l’austerity per ridurre i deficit di governo.

6. Politiche monetarie.Si tratta di un’area in cui ci sono molte somiglianze. “Verosimilmente, la Bce è stata più aggressiva della Bank of Japan, ma la necessità di una politica più restrittiva può essere ricondotta ai limiti dell’unione monetaria e alla mancanza di una condivisione dei rischi. In generale, le somiglianze a livello di politica monetaria sono ampie, anche se è chiaramente un’area in cui i policymaker condividono e replicano idee”, affermano Zangana e Sachdeva.

7. Valuta. Un’altra differenza chiave, secondo i due economisti, è stata la capacità della Bce di deprezzare la sua valuta, rispetto al brusco apprezzamento dello yen giapponese dopo la bolla speculativa, uno dei motivi chiave per cui l’Eurozona è riuscita ad evitare l’esperienza di giapponesizzazione.

8. Ordine sociale. Infine, se in Europa le proteste sono una reazione comune in risposta a varie questioni, dall’austerity alla migrazione, tale comportamento è quasi del tutto assente in Giappone. La solidarietà e l’ordine sociale sono elementi chiave della cultura giapponese, il che aiuta a spiegare gli sviluppi nel mercato del lavoro in seguito alla bolla dei prezzi, risultati in decenni di sottooccupazione, bassa produttività, bassa crescita dei salari e deflazione. “In Europa, la storia recente mostra che la popolazione continuerà a supportare i partiti populisti per spingere verso un cambiamento quando necessario. Ciò rende meno probabile che risultati macroeconomici deboli saranno sostenibili, in quanto la popolazione voterebbe per il cambiamento”, osservano.

Insomma, in generale ci sono chiaramente molte somiglianze tra l’Europa di oggi e l’esperienza giapponese nel post crisi asiatica. “Senza dubbio l’Europa dovrà affrontare maggiori sfide nel prossimo futuro, soprattutto in riferimento alle dinamiche demografiche e all’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, ci sono importanti differenze macroeconomiche e politiche che suggeriscono che l’Europa probabilmente non si troverà ad affrontare le stesse turbolenze dell’economia giapponese”, concludono Zangana e Sachdeva.