ECONOMIA

Emergenti, nuove opportunità dalla Fed

Il cambiamento di politica monetaria in senso espansivo da parte della Fed è cominciato nel novembre dello scorso anno ed è culminato con la decisione del 20 marzo di lasciare i tassi in sospeso, di non segnalare ulteriori aumenti dei tassi nel 2019 e di porre fine all’inasprimento quantitativo entro settembre di quest’anno.

Si tratta di un cambiamento significativo che probabilmente rappresenterà un fattore positivo duraturo per i mercati emergenti. Infatti, sebbene per questi mercati i fondamentali degli emittenti, le valutazioni e i fattori tecnici siano driver fondamentali, il cambiamento della Fed contribuisce positivamente nei seguenti modi: riducendo la volatilità dei mercati degli attivi che è un punto critico per l’obbligazionario emergente e alterando la distribuzione degli attivi globali tra le mani dei privati.

Il cambiamento della Fed, elimina il timore di costi di finanziamento globali più elevati, il che si traduce probabilmente anche in una minore volatilità dei costi di finanziamento. Quest’ultimo fattore si traduce naturalmente in volatilità su diversi mercati, compresi il reddito fisso e le valute emergenti.

Basti pensare a come, a metà del 2013 e all’inizio del 2015 le aspettative di un eventuale rialzo dei tassi da parte della Fed (ben prima del rialzo vero e proprio) siano state associate a picchi di volatilità in questi mercati. Se la Fed dovesse continuare a non cambiare i tassi per un periodo di tempo prolungato e dovesse persistere il segnale di politica monetaria positiva per il futuro, quella che in precedenza era una fonte di aumento della volatilità sul fronte degli emergenti, si trasformerebbe in una fonte di diminuzione della volatilità stessa. Ciò è particolarmente positivo sia per la valuta locale che per la valuta forte di questi paesi, dove si registrano rendimenti rispettivamente del 6,2% e del 6% a fronte di una recente volatilità del 6% e del 2%, rispettivamente. Ciò implica un’interessante remunerazione aggiustata ex ante per il rischio. In senso più ampio, si tratta di una buona condizione per il carry trade.

Dalla fine del 2017 la Fed ha ridotto il proprio bilancio, prosciugando la liquidità in dollari che altrimenti avrebbe potuto essere impiegata nei mercati globali, compresi quelli emergenti. Il fatto che questo “quantitative tightening” si concluderà presto, dovrebbe rappresentare un fattore di sollievo, dato l’impatto negativo verificatosi in passato sui flussi verso azionario e obbligazionario emergente. Questo, in combinazione con i QE ancora in vigore in Europa e in Giappone, potrebbero portare a flussi in entrata meno volatili e positivi verso gli emergenti.

Ciò dovrebbe rappresentare un fattore di supporto ai prezzi degli asset e delle valute, soprattutto laddove esiste un insieme favorevole di grandi mercati finanziari domestici aperti e fondamentali economici da stabili a positivi, come ad esempio in Brasile, Colombia, Polonia, Ungheria, Russia e Indonesia.

di Koon Chow, EM Macro & FX Strategist di Union Bancaire Privée (UBP)