ECONOMIA

Declino Usa, solo Powell può fermarlo

“Negli Usa la stabilizzazione del declino richiede misure espansive più concrete da parte della Fed”. La view di Carmignac

Alla fine dell’anno scorso i mercati finanziari avevano temuto che la politica monetaria restrittiva della Fed avrebbe fatto precipitare l’economia statunitense nella recessione. Poi, è stato sufficiente il dietrofront della Fed per riaccendere un ottimismo generalizzato. “L’allontanarsi dello spettro della recessione e la forte probabilità della permanenza di tassi di interesse bassi sono bastati per configurare uno scenario goldilocks e giustificare un indice S&P di nuovo stabilmente ai massimi di settembre 2018”, spiega Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac.

“Tuttavia – avverte l’esperto – la Fed ha soltanto interrotto il rialzo dei tassi e non ha nemmeno dato avvio all’annunciata interruzione della riduzione del suo bilancio. Nel frattempo, l’economia Usa ha continuato ad accumulare segnali di debolezza, in particolare nella spesa al consumo, pilastro essenziale della crescita economica. Con il consueto ritardo, l’aumento del costo del credito avviatosi nel 2018 ha iniziato a ripercuotersi sulla spesa delle famiglie. I prezzi elevati del settore immobiliare cominciano a creare seri problemi di accesso alla proprietà e, nonostante il ribasso dei tassi sui mutui ipotecari, le fasce più giovani sono costrette a optare per l’affitto. Questo spinge al rialzo i canoni mentre i prezzi del residenziale esistente diminuiscono del 5,4% su base annua. A questo si aggiunge la persistente resilienza del dollaro Usa. Si poteva pensare che il rallentamento dell’economia statunitense in un momento in cui in Cina si affacciano i primi segnali di ripresa (con ripercussioni positive sugli altri mercati emergenti ma anche sugli esportatori europei) avrebbe determinato un indebolimento del dollaro. Ma questo non è avvenuto e nel sistema finanziario del paese iniziano a emergere tensioni legate alla liquidità”.

“Un’ulteriore tematica da tenere d’occhio è l’aumento del costo dell’energia – aggiunge Saint-Georges -. In maniera alquanto perversa, essendo ora gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, l’aumento del prezzo del barile riduce gli squilibri esterni relativi dell’economia, contribuendo quindi a rafforzare il dollaro e a spingere ulteriormente al ribasso le aspettative inflazionistiche e la spesa al consumo, oltre a compromettere la ripresa della Cina e degli altri mercati emergenti”.

Ecco perché, secondo l’esperto, “appare sempre più chiaro che la Fed dovrà prendere in considerazione misure espansive più concrete, se vuole sperare di stabilizzare la fase di declino dell’economia del Paese”.