ECONOMIA

Trump, banche centrali non più sole al centro della scena

A partire dalla grande crisi finanziaria, è stata la politica monetaria a guidare i mercati. Con l’arrivo a Washington dell’Amministrazione Trump, la geopolitica (accordi commerciali, cambi di alleanze) e la politica di bilancio (tagli alla tassazione, spesa per infrastrutture) guadagneranno d’importanza.

Stiamo quindi allontanandoci da un quadro contraddistinto dalla stabilità del contesto geopolitico, scarsi sviluppi a livello di bilancio e politica monetaria accomodante. Entriamo invece in un nuovo regime, in cui la geopolitica, la politica di bilancio e quella monetaria saranno tutte in movimento, simultaneamente e rapidamente. Questa transizione dovrebbe causare un’accresciuta volatilità sui mercati.
Un nuovo ordine geopolitico
Persino prima di entrare nel pieno delle sue funzioni, Trump ha dichiarato la propria intenzione di ritirare gli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership, di rinegoziare il NAFTA e di etichettare la Cina come un Paese manipolatore di valuta. Sebbene l’obiettivo di ottenere nuovi accordi commerciali potrebbe essere positivo per l’economia degli Stati Uniti, è difficile prevedere quali saranno gli effetti collaterali per l’economia globale, così come se tali effetti creeranno i presupposti per risposte del tipo “do ut des” da parte di altri Paesi. Inoltre, resta da vedere se l’atteggiamento nei confronti di Pechino possa causare azioni di risposta. Da un punto di vista globale, vi è anche maggiore incertezza su quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in futuro. Mentre la posizione “pro-globalizzazione” del passato ha portato a una politica ufficiale di dollaro forte, con Washington che agiva come forza stabilizzatrice nell’ordine globale, Trump ha definito la NATO “obsoleta” e sembra perseguire una relazione più stretta con la Russia: due segnali di dinamiche globali in rapida evoluzione. Come si svilupperà il ruolo degli Stati Uniti a livello globale resta un’incognita, ma con il cambiamento delle alleanze e una visione maggiormente orientata all’interno da parte degli USA, i mercati dovranno riprezzarsi rapidamente, alterando gli equilibri globali e le loro grandi implicazioni economiche.
Stimoli dalla politica di bilancio
Il presidente Trump intende tagliare le tasse sia per le famiglie sia per le imprese, semplificando la tassazione e incoraggiando il rimpatrio di più di 2.000 miliardi di dollari attualmente detenuti all’estero dalle grandi società. Se implementata, ciascuna di queste misure dovrebbe aiutare a stimolare l’economia. Ma restano molti dettagli da definire e il vero impatto avverrà con un ritardo significativo. L’agenda di Trump include anche la spesa per infrastrutture. Come per i tagli alla tassazione, non è certo che i Repubblicani, con una posizione prudente in materia di bilancio, supporteranno un aumento della spesa federale che non sia “neutrale per il bilancio”. Dando per scontato che la spesa per infrastrutture si materializzi, la leva fiscale tramite cui impatterà sull’economia è un’incognita. Sul fronte fiscale, si potrebbe dunque dire che le politiche annunciate sono promettenti, ma c’è moltissima incertezza sui dettagli specifici. Politica monetaria: una Fed più falco?
Trump avrà anche la possibilità di plasmare significativamente la Federal Reserve, grazie alle due nomine di membri del Board a sua disposizione e, in seguito, alla possibilità di selezionare il successore del presidente Janet Yellen, in scadenza a inizio 2018. Quali sono i candidati più probabili? Kevin Warsh, John Taylor e Glenn Hubbard sono gli accademici più citati per riempire i posti vacanti, ma la nomina di Rex Tillerson a Segretario di Stato ha dimostrato che Trump non ha paura di pensare al di fuori degli schemi. Il presidente potrebbe quindi decidere di nominare un professionista dei mercati finanziari, piuttosto che privilegiare la tradizionale scelta di un accademico. Questo potrebbe portare a un rapido cambiamento dell’attuale posizione della Fed, in cui al momento le figure accademiche dominano. Tuttavia, anche nel caso in cui Trump dovesse cambiare la leadership della Fed, potrebbe non essere nei suoi desiderata una Banca centrale su una posizione marcatamente più da falco.
Alcune recenti dichiarazioni supportano questa idea. Di recente, Trump ha infatti respinto l’idea di una politica di dollaro forte per gli Stati Uniti, sottolineando che “il dollaro è già troppo forte, e ci sta uccidendo”. Naturalmente, una Fed falco, che aumenta aggressivamente i tassi di interesse, causerebbe un apprezzamento del dollaro. Se Trump non vuole un biglietto verde rafforzato, non può desiderare una Fed su posizioni rigide. In secondo luogo, Trump ha affermato che sarà “il più grande produttore di posti di lavoro mai creato da Dio”.
Rimpiazzare Yellen con un falco dell’inflazione, che aumenta rapidamente i tassi, non coinciderebbe con questo desiderio, poiché tassi più alti potrebbero portare alla recessione e quindi a un aumento della disoccupazione. Certo, si potrebbe affermare che politiche monetarie più rigide non causino necessariamente una recessione, se bilanciate da politiche di bilancio decisamente più aggressive. Eppure, come e quanto le due forze si bilancerebbero è incerto. L’approccio più cauto per indebolire il dollaro, creare posti di lavoro, far proseguire la forza dell’azionario e l’emissione di debito a basso costo sarebbe evitare una politica della Fed estremamente rigida. Così come per gran parte della presidenza Trump, restano da vedere i dettagli. E’ certamente possibile che il presidente agisca in maniera inaspettata e cambi radicalmente la Federal Reserve.
Conclusione
In passato, gli investitori sapevano di avere il supporto dell’unico player importante, le Banche centrali. Qualsiasi segnale che andasse nella direzione di una politica monetaria accomodante da parte di Ben Bernanke o di Janet Yellen si dimostrava positivo per posizioni lunghe sugli asset rischiosi e compiacenza in materia di tassi. Anche se è improbabile che la Fed diventi estremamente rigida nelle sue posizioni, in futuro non basterà osservare il suo operato. Gli investitori ora devono prestare attenzione alle variazioni delle dinamiche globali, all’evoluzione delle agende fiscali e all’incertezza della politica monetaria. Con un maggior numero di variabili in campo, bisogna aspettarsi maggiore volatilità in tutte le classi di attivi.

di Brian J. Smith, Senior Vice President U.S. Fixed Income di TCW