ECONOMIA

Cina, niente crisi ma la crescita rallenta

Nel maggio del 2014, il presidente cinese Xi Jinping annunciò che la Cina era entrata in una fase di “nuova normalità” di crescita economica più lenta.

La nuova normalità è arrivata durante il passaggio dell’economia cinese dal vecchio modello di crescita, che si fondava sul settore manifatturiero e sugli investimenti, ai nuovi driver. Tale transizione implicherà un tasso di crescita del PIL più lento rispetto alle doppie cifre registrate nei decenni precedenti.
Contrariamente alle previsioni più ribassiste, non crediamo che Pechino rischi un’imminente crisi finanziaria su larga scala. La Cina ha uno dei più grandi surplus delle partite correnti a livello globale in termini assoluti ed è il Paese che detiene le più grandi riserve di valuta estera (all’incirca 3.500 miliardi alla fine di settembre). Entrambi gli elementi garantiscono ampie risorse per sostenere il sistema finanziario.
Finché potrà finanziare il suo sistema bancario, attraverso un certo controllo sul conto capitale e l’uso della liquidità del surplus delle partite correnti, e finché avrà a disposizione le riserve della Banca Centrale, crediamo che il Governo di Pechino potrà evitare una crisi, rimandando costantemente i problemi – esattamente come fece la Banca centrale europea (BCE) durante il momento peggiore della crisi del debito sovrano dell’area euro.
Diversamente dalle autorità bancarie statunitensi, che permisero il fallimento della Lehman Brothers, i funzionari cinesi sono contrari al fallimento di istituti finanziari, considerato troppo destabilizzante. In egual modo, ripulire i prestiti non performanti (NPL) delle banche cinesi potrebbero produrre una crescita del Pil negativa – un’opzione non molto allettante per le autorità cinesi.
Al contrario delle crisi bancarie in stile occidentale, crediamo che l’esito più probabile sia che la Cina sperimenterà anni di crescita lenta, dato che eviterà le sofferenze legata alla riduzione della leva finanziaria e si atterrà all’attuale strategia, focalizzata sul rinvio al futuro dei problemi. Per quanto riguarda il Governo centrale, la Cina ha ancora livelli di debito e di deficit bassi, dando ai funzionari la flessibilità di sostenere altri settori sovra-indebitati. 
Data la capacità della Cina di far fronte al suo debito, la volontà di evitare il fallimento degli istituti finanziari e l’enfasi sulla stabilità, crediamo che il Paese potrebbe sperimentare un “decennio perduto”: ovvero una crescita potenzialmente più bassa, come quella che afflisse il Giappone dopo lo scoppio della bolla immobiliare nel 1991. 
Questo quadro ribassista, tuttavia, non ci preclude la possibilità di trovare buone opportunità d’investimento in Cina. Molte imprese nel settore dei consumi e dei servizi continuano a mostrare livelli di crescita robusti, nonostante la crescita del Pil rallenti. Ci focalizziamo nella ricerca di società che mostrano segnali d’innovazione e di ristrutturazione del loro business o che stanno attuando cambiamenti per adattarsi alla nuova normalità. Infine, vale la pena sottolineare come molte società giapponesi generarono un valore considerevole per i loro azionisti anche durante il mercato orso del periodo del decennio perduto. Crediamo che simili opportunità esistano anche in Cina e che le capacità di ricerca di T. Rowe Price e una selezione attenta dei titoli ci permetteranno di trovare queste imprese, nonostante la crescita più debole dei prossimi anni.

Commento a cura di Anh Lu, Portfolio Manager Asia Ex-Japan Equity Strategy di T. Rowe Price