OPINIONI

Fine della visibilità sulla Fed

La scorsa settimana la Federal Reserve ha rialzato per la terza volta i tassi portandoli dal 2 al 2,25% prima di un probabilissimo quarto aumento a dicembre. La decisione, del tutto scontata, non ha destato alcuna sorpresa anche se merita qualche commento.

Innanzitutto, con questo 8° rialzo dei tassi dalla fine del 2015 (pari a un incremento di 200 pb), i tassi ufficiali tornano in territorio positivo in termini reali, ovvero al netto dell’inflazione. Ed è la prima volta dal 2008, attestandosi per giunta sui livelli del settembre 2008 pre-Lehman Brothers. Quanto alla comunicazione, la Fed vi ha introdotto una modifica sostanziale cancellando un termine importante, «accomodante», che aveva fino ad oggi descritto la natura stessa della sua politica monetaria.
Dopo un decennio al servizio del rilancio dell’economia la Fed ha posto la parola fine al quantitative easing. E’ quanto ha del resto dichiarato Jerome Powell: scomparirà la «stampella» fornita fin qui dalla politica monetaria dato che la crescita è oggi «solida ed equilibrata», in un’economia «forte».
Per ora, il vigore economico non induce la Federal Reserve a ridurre il ritmo della sua normalizzazione portando la stragrande maggioranza dei membri del FOMC a prevedere un nuovo innalzamento dei tassi di 25 pb a dicembre. Infine, i membri del FOMC dimostreranno grande «pragmatismo» se continueranno a ipotizzare tre rialzi nel 2019 e uno nel 2020.
In effetti, d’ora in poi reagiranno all’andamento degli «indicatori economici». Non avranno esitazioni: adegueranno i tassi ufficiali in caso l’inflazione acceleri o l’economia rallenti, in modo da mantenere la piena occupazione e un tasso di inflazione attorno al 2%. La Fed, di certo, non ha modificato le sue prospettive sull’economia a medio termine accontentandosi in giugno di rivedere le sue prospettive di crescita al rialzo per il 2018 senza modificare però le sue view a due / tre anni.
A Jackson Hole Powell aveva infatti spiegato che avrebbe mantenuto alcune riserve sulle stime in tempo reale dei dati economici. Il presidente della Fed ha nuovamente espresso i suoi dubbi nel corso dell’ultima conferenza stampa. Se era lecito pensare che da qualche trimestre ormai la Fed fosse «behind the data», è oggi chiaro che lo è ancora di più. In altri termini, ritorna a comunicare come lo faceva prima della crisi, con un numero inferiore di proiezioni chiare e un numero maggiore di possibili sorprese. Siamo all’inizio di una svolta epocale.
Se da 10 anni con l’afflusso di liquidità l’azione delle banche centrali era servita da tampone durante le fasi di stress, la stessa diventerà ora fonte di incertezza. Gli investitori dovranno imparare a conviverci.

                                        di Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier