Mercati

Le tre strategie per un portafoglio felice

A gennaio molti di noi dedicano un po’ di tempo a formulare buoni propositi per l’anno nuovo: correre di più, mangiare meno carne, trovare un hobby migliore:

tutte decisioni basate sul presupposto che possiamo superare certi comportamenti fossilizzati e sulla speranza che la motivazione, insieme a un po’ di impegno, trasformerà le nostre aspirazioni in risultati positivi.

Quest’anno abbiamo deciso di sottoporre i nostri processi d’investimento allo stesso genere di analisi critica a cui sottoponiamo di solito le abitudini alimentari e di esercizio fisico.

Come spesso capita, i tre buoni propositi che abbiamo formulato per gli investimenti del 2019 iniziano con una riflessione su quanto abbiamo fatto finora, con l’ammissione che possa essere necessario qualche cambiamento e con l’impegno a tradurre gli auspici in azioni concrete.

La prima cosa che dobbiamo accettare è che gli investitori hanno avuto fortuna con le esposizioni obbligazionarie – e qualcuno magari è stato anche un po’ furbetto. Gli interventi delle banche centrali dopo la crisi finanziaria globale hanno spinto verso il basso i tassi di interesse su quasi tutti i mercati obbligazionari: durante questo periodo, in generale, ad un rischio maggiore – in termini di duration o di credito – è sempre corrisposta una migliore performance.

Adesso però è ora di cambiare, perché quelle performance stellari risalgono ad anni di “vacche grasse”. Difficilmente i tassi di interesse e gli spread creditizi continueranno a scendere, quindi gli investitori che avevano assunto rischi di credito e di duration più elevati devono chiedersi se valga la pena mantenere quelle posizioni. Quale funzione dovrebbe avere la componente obbligazionaria del portafoglio? Di sicuro non quella di generare rendimenti, solitamente assegnata all’esposizione azionaria. Cosa succede se scattano le vendite sugli asset rischiosi e la componente obbligazionaria subisce perdite pesanti perché è carica di posizioni che inseguono il rischio, anziché controbilanciarlo?

Ecco dunque il primo proposito per l’anno nuovo: gli investitori devono essere onesti con sé stessi su ciò che vogliono ottenere dall’esposizione obbligazionaria e adeguarla di conseguenza.

Il secondo aspetto da considerare è che, pur vivendo in un mondo molto più globalizzato rispetto a dieci anni fa, continuiamo a investire come se ogni regione fosse isolata dalle altre. Ad esempio, quest’anno dovremmo sovrappesare il Giappone e sottopesare gli Stati Uniti? In passato, potevamo confrontare ciò che il mercato statunitense prezzava riguardo all’economia Usa con ciò che prezzava il mercato giapponese riguardo all’economia giapponese e fare una scelta fra i due paesi in base al risultato.

Adesso però le cose sono cambiate: così come dobbiamo rassegnarci a non poter sopravvivere all’infinito mangiando solo formaggio e cioccolato, allo stesso modo dobbiamo accettare che in un mondo di catene logistiche globali, strutture societarie geograficamente variegate e attività economiche internazionali, forse i vantaggi di un approccio di investimento regionale non sono più quelli di una volta. Se una società ha sede a New York, costruisce i suoi prodotti in Brasile, li assembla in Sudafrica e poi li vende ai consumatori cinesi, in quale regione si sta investendo esattamente?

Nell’economia globale di oggi, è semplicemente più sensato investire su base globale che non su base regionale. Anche se ci vorrà tempo perché il cambiamento si rifletta nei processi di investimento, questo è il secondo proposito per l’anno nuovo.

L’ultima riflessione riguarda la copertura valutaria. Poiché negli ultimi anni l’ambiente finanziario mondiale è stato plasmato dai tassi di interesse bassi e stabili, gli investitori hanno sostanzialmente ignorato le valute, concentrandosi piuttosto sui mercati azionari e obbligazionari sottostanti. Adesso però, alcune banche centrali cominciano a innalzare i tassi, altre stanno facendo una pausa e ne resta persino qualcuna impegnata a ridurli.

In un contesto di tassi di interesse divergenti, il nostro terzo proposito è suggerire agli investitori di iniziare a considerare seriamente la copertura valutaria – un consiglio rivolto soprattutto agli investitori del Regno Unito, dove la valuta è molto reattiva all’esito del dibattito sulla Brexit

Ecco dunque tre buoni propositi per il 2019. Siamo convinti che, contrariamente a quelle promesse poco convinte di fare regolarmente 10 chilometri di corsa e mangiare meno bacon, questi impegni produrranno cambiamenti concreti. Come minimo, ci auguriamo che stimolino qualche riflessione sulla sostenibilità di certe pratiche di investimento e sull’opportunità di adottare un approccio migliore per il 2019.

di Nick Samouilhan, Solutions Strategist, EMEA, T. Rowe Price