Mercati

Azionario, l’orizzonte tra debito, tassi e tecnologia

La volatilità, dopo un periodo di straordinaria calma, è decisamente tornata in gioco. Durante il primo trimestre del 2018, infatti, l’indice S&P 500 è oscillato di almeno l’1% in 23 giornate di mercato, un numero decisamente superiore alle 8 sessioni nelle quali si era registrato un simile intervallo nel 2017.

E affrontare tale situazione richiederà uno sforzo da parte degli investitori, chiamati a modificare il loro modo di pensare alla luce di tre preoccupazioni: il rialzo dei tassi; il possibile scoppio di una guerra commerciale; e i probabili sviluppi sul fronte della regolamentazione del settore tecnologico. Guardando ai tassi, si sta prestando moltissima attenzione alle mosse della Federal Reserve, ma col tempo ci aspettiamo che anche altri Paesi si accodino a Washington e inizino ad alzare il costo del denaro. In altre parole, il circolo virtuoso di accomodamento a cui ci siamo abituati potrebbe presto trasformarsi in un vortice di stretta monetaria e tassi al rialzo, con diverse conseguenze per i mercati e per le società.
Al di sotto della superficie possiamo già vedere una maggiore sensibilità dei mercati verso la questione tassi. La nostra ricerca mostra come nel primo trimestre le performance delle società con coefficienti di debito più alti siano state significativamente inferiori a quelle di aziende con una minore leva finanziaria sia nelle regioni sviluppate che in quelle emergenti.
Allo stesso modo, i fondi azionari large-cap statunitensi con rapporti di debito/capitale relativamente bassi hanno avuto performance superiori, mentre i fondi con rapporti di debito più elevati sono rimasti in coda ai loro benchmark. Questo suggerisce una maggiore attenzione nella valutazione dei bilanci delle aziende, dato che quelle più indebitate potrebbero essere particolarmente sensibili ad un rialzo dei tassi.
Spazio poi alla questione tecnologia. Le aziende tech di tutto il mondo siedono su una montagna di liquidità e i loro titoli hanno continuato a correre nel primo trimestre. Tuttavia, al momento la solidità di queste società è stata messa in dubbio dal caso Facebook che ha ha inasprito il sentiment verso i cinque giganti Usa (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google).
I FAANG sono, però, solo una parte del settore tecnologico. Molte società del comparto stanno infatti continuando a beneficiare dal proseguo della crescita economica globale e della domanda per una maggiore innovazione, due trend che negli ultimi anni ne hanno supportato una solida crescita degli utili e, soprattutto, della cassa.
La liquidità, per noi, è proprio l’elemento di differenziazione, tanto che potrebbe essere giunto il momento per gli investitori di considerare le aziende tech come uno strumento di hedging verso una possibile risalita dell’inflazione. Anche alla luce di un rialzo di quest’ultima, di fatto, in molti continuerebbero ad investire nella tecnologia come fattore in grado di creare nuovi business rivoluzionari, di compensare una forza lavoro più costosa, di migliorare l’efficienza e preservare i margini in condizioni di mercato più complesse. Infine, passiamo alla minaccia di una guerra commerciale tra Usa e Cina. E’ troppo presto per capire se le azioni della Casa Bianca porteranno allo scoppio del conflitto.
Gli investitori dovrebbero comunque interrogarsi su quali potrebbero essere i vincitori e quali i vinti in un eventuale ostilità. I grandi gruppi tecnologici Usa con una complessa catena di produzione in Cina dovrebbero trovare nuove fonti per i loro componenti, mentre altre industrie, come quella dell’abbigliamento, dovrebbero dirottare la loro attenzione verso altri Paesi come Vietnam o Indonesia. Queste supply chain di sicuro andranno assestandosi, ma nel frattempo potrebbero esserci delle carenze di inventario. Cosa hanno in comune queste tre criticità?
In primo luogo rappresentano un importante cambiamento nelle dinamiche di lungo termine del mercato. Da oltre tre decenni di tassi al ribasso al ribaltamento di un contesto favorevole al commercio globale. L’inflazione è ciò che unisce il tutto. La pressione inflativa sta già salendo, soprattutto negli Usa, dove le nuove tariffe potrebbero spingere ulteriormente i prezzi, provocando un rialzo più rapido dei tassi e una maggiore disparità nella performance di diversi settori. Questo sta già succedendo, come indicato dall’andamento delle società ad alto debito. Questo contesto metterà alla prova i gestori attivi, ma chi avrà l’abilità di adattare prontamente il proprio portafogli sarà ben premiato.

                                                                                                             di Sharon Fay, Head of Equities di AllianceBernstein