ECONOMIA

Trump e il protezionismo, scopri le conseguenze economiche

L’8 marzo 2018 il presidente americano Donald Trump ha firmato due importanti atti che impongono dazi legali del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio. Le tasse entreranno ufficialmente in vigore il 23 marzo 2018 e, per ora, esenzioni sono previste soltanto per Messico e Canada.

In teoria dunque Trump sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale adottando un approccio economico di tipo protezionistico con l’obiettivo di mettere gli Stati Uniti avanti a tutto, difendendone quindi non solo i confini fisici ma anche le industrie locali e la produzione domestica, a discapito del concetto di globalizzazione e della libertà di commercio di beni e informazioni tra i diversi paesi del mondo.
Ma quali potrebbero essere le conseguenze economiche di tale scelta?
Il ragionamento base vuole che i dazi, almeno nel breve periodo, possano aiutare la produzione locale aumentandola, riducendo anche la dipendenza del Paese dai beni stranieri e mantenendo elevato il livello di occupazione; dall’altro, in uno scenario di medio – lungo termine intervengono le maggiori incertezze sia per i consumatori, che, in alcuni casi, vedranno crescere i prezzi di alcuni beni di uso comune, sia per le aziende, che rischiano di annullare i vantaggi derivanti dalla riduzione della tassazione attuata attraverso la recente riforma fiscale.
Nella realtà dei fatti la preoccupazione maggiore, che ha scatenato reazioni negative immediate in tutto il resto del mondo, è la paura di un allargamento di questo atteggiamento su vasta scala e ad altri beni, provocando una vera e propria “guerra commerciale” con rischio di conseguenze non solo immediate ma anche di natura strategica, in grado di intaccare l’integrità della crescita sincronizzata dell’economia globale e soprattutto di quei Paesi che stanno basando la gran parte della loro ricchezza sulle necessarie esportazioni.
In tal senso, a ben guardare, a esserne svantaggiata potrebbe essere in primis proprio l’America, un Paese in cui la bilancia commerciale è in negativo e dove di conseguenza una politica di dazi con il resto del mondo si candida ad essere altamente dannosa con conseguenze sul deficit commerciale statunitense di peggioramento a livello critici.
Ci riferiamo ad esempio al contesto di relazione con la Cina, principale Stato in cui vengono commercializzati i prodotti americani o in generale alle piazze asiatiche dove aziende come Apple e Boeing generano gran parte del loro fatturato e dei loro potenziali ricavi. Altrettando preoccupanti sono le potenziali conseguenze sul lato produzione, con tutte le aziende statunitensi chiamate ad affrontare il problema della gestione di materie prime “straniere” a un costo che necessariamente diverrà più impegnativo, al punto di generare riflessi negativi anche in termini di margine di redditività. Lo scenario disegnato non sembra così positivo: perché quindi, se ci sono tutti questi svantaggi, Trump ha virato verso questa decisione?
A oggi il gesto è da valutare come una prima azione di rinnovamento della politica commerciale americana avente come obiettivo primario quello di mantenere l’attuale leadership all’interno della comunità economica globale e in altro verso di difendere l’economia americana dalla concorrenza degli altri Paesi, soprattutto su prodotti low cost.
In un contesto economico tradizionale questo scenario di guerra commerciale storicamente non ha mai rappresentato una posizione vincente quanto piuttosto squilibri e perdite per tutti i partecipanti, tuttavia oggi l’effetto globalizzazione e l’abbattimento di molte barriere informative ha mutato molto il mercato di riferimento creando dei significativi vantaggi per chi, sia un contesto di economia aperta che di maggior protezionismo, è in grado di detenere informazioni qualificate sul pubblico dei consumatori e ha la possibilità di veicolare messaggi commerciali mirati molto efficaci in grado di superare facilmente le canoniche barriere di carattere economico. Guardando le evidenze attuali e la storia passata certamente gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere maestri nella gestione di questo vantaggio informativo.

                                                                                                                         di Alessandro Allegri, AD di Ambrosetti AM SIM