ECONOMIA

La ‘pausa estiva’ dell’economia globale, i tre motivi del rallentamento

Forse è a causa del caldo straordinario che sta interessando l’emisfero settentrionale quest’estate, ma c’è la sensazione che l’attività globale stia rallentando. Dopo la rapida ripresa dell’attività economica nel 2017, con l’economia globale alla massima potenza, la crescita è stata leggermente meno sincronizzata nel 2018.

L’attività ha tenuto negli Stati Uniti, che hanno registrato una crescita del Pil del 4,1% nel secondo trimestre, ma in Asia e in Europa ha perso slancio. Gli indicatori sull’attività nel breve termine restano stabili.
Gli indici PMI stanno resistendo sia nei mercati sviluppati che in quelli emergenti, mentre l’indicatore di attività dei Paesi del G7 da noi elaborato (che combina i sondaggi nazionali) segnala una crescita sostenibile. Tuttavia, tre fattori indicano che potremmo assistere a una “pausa estiva” dell’economia globale. Primo, la Cina sta rallentando. Sebbene abbia registrato una crescita del Pil del 6,7% anno su anno nel secondo trimestre (solo un punto percentuale in meno rispetto al Q1), i dati con frequenza più elevata indicano un rallentamento più pronunciato, come dimostrato per esempio dalle letture mensili su vendite al dettaglio, investimenti ed esportazioni nel secondo trimestre.
In secondo luogo, i prezzi delle commodity sono caduti. Dalla fine di giugno, le quotazioni del petrolio sono scese di circa 5 dollari al barile e i metalli industriali sono calati del 14% circa. Sebbene il petrolio meno caro possa aiutare ad alleviare le pressioni inflazionistiche, la caduta dei prezzi dei metalli indica una crescita più debole della produzione industriale. Visto il ruolo che ricoprono nella produzione, le oscillazioni nei prezzi dei metalli industriali sono riuscite molto spesso a riflettere le oscillazioni nell’attività.
L’attuale livello dei prezzi indica che la produzione dei G7 rallenterà nei prossimi mesi. Infine, un dollaro più forte avrà un impatto sul livello di attività. Da metà aprile il dollaro, ponderato per il livello degli scambi, è salito quasi del 7%, inasprendo le condizioni finanziarie globali e creando pressioni sulla crescita degli scambi commerciali.
Tutti questi tre fattori sono interconnessi: la Cina è uno dei principali consumatori di commodity, che tendono a subire pressioni nei periodi di forza del dollaro. Il fattore comune tuttavia è l’effetto delle guerre commerciali. Ci sono evidenze che dimostrano che le società hanno aumentato gli ordini prima dell’aumento del 1° giugno dei dazi su acciaio e alluminio e prima dell’implementazione dei dazi tra Stati Uniti e Cina del 5 luglio. Ora che i dazi sono entrati in vigore, le società stanno tagliando gli acquisti e di conseguenza i prezzi delle commodity hanno attraversato un periodo di espansione seguito da uno di contrazione.
Dimostrazione dell’effettivo impatto dei dazi è il brusco calo del numero di licenze per l’importazione dell’acciaio negli Stati Uniti. Le richieste hanno visto un’impennata prima dell’aumento dei dazi del 1° giugno, diminuendo bruscamente subito dopo. Una mossa del genere sembra perfettamente razionale per coloro che utilizzano l’acciaio e che vorrebbero evitare il dazio del 25% che il Presidente Usa ha imposto sulle importazioni. Tuttavia, ciò indica anche che la crescita degli scambi vedrà probabilmente un calo nei prossimi mesi, e di conseguenza anche l’attività industriale. Sul lato delle esportazioni, gli Stati Uniti dovrebbero vedere un calo nelle vendite di semi di soia, via via che i dazi cinesi avranno effetto.
La domanda quindi è: a quale tipo di rallentamento assisteremo? Riteniamo che sarà una sorta di correzione, una pausa estiva, piuttosto che una contrazione vera e propria. La crescita degli ordini nell’economia globale continua ad essere solida e più in generale i sondaggi indicano che non c’è al momento uno squilibrio tra il livello di inventario e quello degli ordini. L’economia statunitense appare solida. Sul lato dei consumi, la fiducia persiste e le spese stanno aumentando, in un contesto di forte crescita dell’occupazione, a sostegno dei redditi. La fiducia delle società indica capex più forti. Intanto, i tagli fiscali negli Usa continueranno a supportare la spesa delle famiglie e delle aziende.
Ciò suggerisce che il rallentamento sarà temporaneo, dato che la domanda sottostante resta stabile. Il rischio in tali previsioni è rappresentato dalle tensioni commerciali, che fanno vacillare la fiducia delle aziende e portano le società a tagliare le spese in conto capitale. Quest’ultimo fattore ha svolto un ruolo importante nella fase di crescita economica, che potrebbe però svanire se le aziende si faranno spaventare dagli sviluppi politici. La notizia che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo (anche se solo a voce) è positiva, ma le tensioni con la Cina restano elevate.

                                        di Keith Wade, Chief Economist and Strategist, Schroders