ECONOMIA

La Brexit? Una sciagura per la sterlina e la Gran Bretagna

La Brexit? Porterà la Gran Bretagna ad un’inevitabile crisi e ad una sterlina sempre più debole. Ne è convinto Massimo Siano, head of Southern Europe per ETF Securities, che ha presentato a Milano, presso il Grand Hotel de Milan di via Manzoni, uno studio sulla divisa britannica in vista dell’uscita del Paese dall’Unione Europea.

La prima tappa verso l’uscita è dietro l’angolo: il 29 marzo, infatti, il premier Theresa May presenterà all’Unione europea la richiesta formale di attivare l’articolo 50, la procedura che dovrebbe portare la Gran Bretagna fuori dall’Europa. Da quel momento serviranno circa due anni perché la Brexit diventi effettiva: questo lasso di tempo servirà per le discussioni tra autorità europee e britanniche per stabilire sia le modalità di uscita del Regno Unito sia il futuro rapporto tra Londra e Bruxelles. Tornando alla sterlina, Siano sottolinea come “dal 23 giugno, giorno del referendum, la valuta abbia “avuto un crollo verticale comparata a quelle del G10 e dei mercati emergenti. Anche peggio del peso messicano. Soltanto la lira turca, sulla soglia della guerra civile ha performato peggio della moneta inglese. Lo stesso afgani, la valuta usata a Kabul, si è rivalutata sulla sterlina”.
Siano si sofferma poi sulla crescita della Gran Bretagna “drogata dall’espansione della spesa pubblica. Una situazione simile a quella dell’Italia degli anni Ottanta. Da gennaio 1999, nascita dell’Euro, la Gran Bretagna è passata da un debito/PIL sotto il 40% all’89% di oggi. La media del debito/PIL dei Paesi con l’euro invece è passata da poco meno del 70% al 90%”. In sostanza, le conseguenze della Brexit, ricadranno sulle future generazioni. L’esperto stronca il fronte populista dei “no euro” che vede ingrossare sempre più le sue fila: “Dalla crisi del 2009 in poi – spiega – sono ancora più evidenti i vantaggi della moneta unica dal punto di vista dei conti pubblici. Da quella data infatti la Gran Bretagna non è mai riuscita ad avere un deficit/PIL inferiore al 3% toccando anche punte del 10% nel 2010. Inoltre, l’euro ha tenuto a bada l’inflazione e non si è mai svalutato rispetto al dollaro. La sterlina, invece, è ai minimi rispetto alla divisa statunitense dal 1974”.
Ma è il settore finanziario e il suo indotto a rischio sparizione a causa del voto del 23 giugno: “La previsione è che, nonostante la discesa della sterlina, l’Europa costringa le banche a traslocare soprattutto in Irlanda e Germania. L’Europa è il primo partner commerciale con la Gran Bretagna, che senza accordi rischia di pagare in termini di inflazione gli eventuali dazi, specie nel settore agricolo”. Il consiglio di Massimo Siano è quindi quello “di investire short sulla sterlina, a meno di eventuali accordi miracolosi in zona Cesarini, ma tutto sembra essere ormai deciso”.