ECONOMIA

Il prezzo del petrolio continua a salire. Ecco perché

Di seguito pubblichiamo la perte saliente del commento settimanale sui mercati a cura del team Research, strategy and analysis di Amundi. Il focus si concentra sull’Italia, in particolare sulla revisione degli obiettivi per il deficit di bilancio, e sull’ascesa del prezzo del petrolio.

Dopo aver annunciato il 27 settembre degli obiettivi per il deficit di bilancio sostanzialmente più morbidi per il periodo 2019-2021 (obiettivi che hanno scatenato una reazione negativa dei mercati, accentuata dal ritardo nel pubblicare dei documenti ufficiali), il 4 ottobre il governo italiano ha comunicato ufficialmente al Parlamento gli obiettivi della Legge di Bilancio. Nonostante gli obiettivi di deficit siano stati rivisti leggermente al ribasso rispetto alle dichiarazioni iniziali (-2,4%, – 2,1% e – 1,8% del PIL per il 2019- 2021, rispetto al -2,4% annunciato in precedenza per i tre anni), il documento conferma un bilancio con degli obiettivi piuttosto morbidi per i prossimi anni. Nelle proiezioni del governo, ciò dovrebbe tradursi in un aumento della crescita del PIL reale dall’1% attuale a una media dell’1,5%. Ciò dovrebbe garantire una leggera riduzione del rapporto debito/PIL. Il rischio di non rispettare gli obiettivi di diminuzione del debito pubblico rimane elevato.
L’ANALISI DELLA SETTIMANA
Il prezzo del petrolio continua a salire
Le performance dei metalli di base e del petrolio hanno seguito un andamento molto divergente a partire da quest’estate (il petrolio ha sovraperformato l’indice dei metalli di base di oltre il 30%). Si tratta di una situazione piuttosto eccezionale, persino in un settore molto volatile come quello delle commodity. Tuttavia, vi sono alcuni motivi importanti che spiegano questa distorsione, e sono legati in gran parte ai movimenti del prezzo del petrolio.
I metalli di base hanno registrato una lieve flessione come avviene di solito quando c’è un rafforzamento del dollaro, soprattutto in un contesto in cui la dinamica dell’economia sta peggiorando a causa dei timori di una guerra commerciale. Inoltre, il rallentamento dei tagli alla capacità in eccesso dei produttori dei metalli di base ha rappresentato un freno per queste materie prime.
I prezzi del petrolio si sono invece mossi nella direzione opposta, spinti dai timori di un’interruzione delle forniture in Iran e in Venezuela per via, rispettivamente, della reintroduzione delle sanzioni da parte di Trump e della situazione politica del Paese latino-americano. Questi effetti hanno più che neutralizzato i timori riguardo a un rallentamento della domanda che hanno pesato sui metalli di base.
È utile notare che l’attuale livello di produzione del petrolio da parte dell’OPEC è molto vicino alla capacità massima, e che il prezzo del petrolio è piuttosto sensibile alle interruzioni delle forniture perché le possibilità di adeguare la produzione sono limitate e indubbiamente insufficienti a colmare il gap nel caso di importanti interruzioni in Iran e in Venezuela.
Questo è il principale motivo per cui il prezzo del petrolio è salito alle stelle negli ultimi mesi, raggiungendo 85 dollari al barile nel caso del Brent a causa soprattutto della situazione in Medio Oriente.
C’è sempre il rischio di un rialzo, ma noi non ci attendiamo un balzo strutturale a quota 100 dollari perché alcuni Paesi, come l’Arabia Saudita nel cartello dell’OPEC e la Russia, collaborano tacitamente e dispongono di margini sufficienti per incrementare la produzione se necessario. Inoltre la produzione di petrolio di scisto negli USA dovrebbe aumentare sul lungo termine se il settore riuscirà a risolvere il problema delle strozzature a livello di pipeline e di trasporti.